
Di recente ho raccolto diverse storie che suonano come quella che vado a raccontarvi.
Il giovane dipendente, comunemente dai 30 ai 37 anni, occupa in azienda buona posizione: è un massimo livello impiegatizio o un quadro.
Solitamente ha profilo tecnico e si colloca in quell’area grigia nella quale le retribuzioni, anche quando commisurate alla posizione e all’esperienza, sono suscettibili di incrementi interessanti per chi è in cerca di competenze specifiche.
Il dipendente si reca nell’ufficio del capo e annuncia le proprie dimissioni: al termine del periodo di preavviso lascerà la società. Ha in mano un’offerta interessante, di quelle che “non si possono rifiutare”.
Al capo vengono i sudori freddi: come farà a dirlo al direttore?
E a quelli del personale? E fra quanto tempo riuscirà a rimpiazzarlo? E chi farà il suo lavoro nel frattempo?
No, no, non può essere. Bisogna fare qualcosa.
Parte l’indagine. Perché vuole andare via? Carriera? Non si trova bene? Soldi? Cosa non funziona?
In 9 casi su 10 la conclusione è questa: il nostro uomo/donna si trova benissimo, l’ambiente è ottimo, le prospettive pure, ma a quell’aumento non si può dire di no.
Così il capo prende armi e bagagli e comincia il giro delle sette chiese per raccattare quanto serve a trattenere il prezioso collaboratore. E alla fine ce la fa: il giovane resta in campo amico, con soddisfazione di tutti.
Per un po’.
Perché, dopo un periodo neanche troppo lungo, il narcisismo prevale e qualche confidenza mal riposta porta all’orecchio del capo il fatto che la lettera di impegno era un bluff.
Semplicemente non esisteva.
Gli eventi successivi possono essere i più diversi, non è il colore delle reazioni che ci interessa qui.
Quello che ci interessa è che il collaboratore spesso rimane fino a quando non riesce a ottenere una vera “offerta che non si può rifiutare”, dimostrando ancora una volta che è inutile
legare il cane con la salsiccia.
È consigliabile utilizzare il bluff per ottenere l’aumento di stipendio?
Difficile dirlo, ma vi suggerisco di verificare almeno l’esistenza di tre condizioni.
1.La vostra posizione è a prova di bomba e nessuno sta aspettando questo momento con lo spumante in frigo.
2.Né il vostro capo né altri in azienda ha il fegato di venire a “vedere” le vostre carte, costringendovi a formalizzare le dimissioni.
3.La vostra è un’organizzazione nella quale la vendetta non ha mai attecchito: pur rivelandosi il bluff nessuno vi porterà rancore, neanche quelli del personale, e conserverete intatte le vostre probabilità di carriera.
Come vedete i rischi non sono pochi, eppure uso e successo del bluff sono entrambi crescenti.
Stupidità diffusa? Direi piuttosto fifa dilagante.