sabato 28 giugno 2008

Scrivetemi e troverete lavoro! Come ha fatto Laura.

Caro Arduino,

lei mi ha portato fortuna.

Una settimana dopo la pubblicazione della mia lettera sul suo blog, ho ricevuto un’offerta di lavoro come redattrice in un giornale nazionale. Naturalmente ho accettato subito.

Non che il precedente lavoro (il bar) non mi piacesse, anzi.

Ringrazio di cuore i miei datori di lavoro, che mi hanno accolta come una figlia e trattata nel migliore dei modi.

Sono tornata a fare a tempo pieno quello che mi ha spinta a venire a vivere a Milano: la giornalista. Un’occasione non piovuta dal cielo, ma dal bar. Ed e’ questa la vera notizia, che fa sembrare questa storia una fiaba.

E’ successo un anno e mezzo fa, grazie a una amica e collega. Io giornalista/cassiera, lei barista/fotografa. E’ stato per merito suo se ora ho avuto il lavoro dei miei sogni. Ed e’ naturalmente grazie al direttore di quel giornale, che ha avuto fiducia in me ai tempi come freelance e che ora mi ha voluta nel suo team.

A volte i sogni si avverano. Ma la morale di questa favola e’ un’altra. Quella di non rifiutare mai quello che la vita ci offre, anche quando non e’ esattamente ciò che avevamo chiesto. Perché dietro una cassa, un grembiule, un vassoio o una divisa, si potrebbe nascondere l’opportunità della nostra vita.

Quella che non coglieremmo mai se continuiamo a pensarci superiori. A chi e a che cosa, poi? Nessuno ha il diritto di sminuire i nostri sogni e noi abbiamo il dovere di difenderli. Sempre. Testa bassa e avanti!

Buona fortuna a tutti.

venerdì 27 giugno 2008

Suora di clausura multata per divieto di sosta


La capacità di rispettare le regole che si è data e la puntualità nell'applicare le sanzioni rappresentano due cirteri per misurare l'efficienza di un'organizzazione.

Difficile, in questo ambito, superare i vigili di Cittaducale, grosso centro in provincia di Rieti.

Il fatto in questione si riferisce a una suora di clausura che non usciva dal convento ormai da diversi anni: e i quegli anni la viabilità cittadina era cambiata in modo sostanziale.

Percorrendo in auto un tragitto familiare la suora non aveva notato il (per lei) nuovo divieto di sosta: pronta la rilevazione dell'infrazione e l'applicazione della sanzione da parte dei vigili.

Ma se un'organizzazione deve saper far rispettare le regole, è altrettanto vero che deve saper derogare quando ne sussistono le condizioni.

Quando l'anziana e preoccupata suora ha raggiunto il comando dei Vigili spiegando le sue ragioni la multa è stata annullata.

martedì 24 giugno 2008

Il leader? Cattivo è meglio.


Intorno al leader "buono" i consulenti hanno costruito un business miliardario che poggia su un concetto: sii buono, bravo e onesto, il successo ti arriderà perché l'etica produce profitti (!).

Ma allora perché vediamo persone affatto "buone" far carriera e accumulare ricchezze?

Perché i capi "cattivi" sembrano avere più successo di quelli "buoni"?

Machiavelli ha ispirato più capi di Gandhi, e sembra pure che i "buoni" leader prima o poi facciano una brutta fine (pensate a JFK, a Martin Luther King, allo stesso Gandhi.).

Vero, anche qualcuno dei "cattivi" ci ha rimesso le penne, ma i "buoni" sono in vantaggio.

Alla luce di tutto ciò, vi conviene buttar quattrini per imparare a essere "buoni" quando per avere successo sembra sia sufficiente liberare la parte peggiore di sé?

Il tema è di quelli "tosti", amici miei, e non possiamo esaurirlo in un post.

Ne discuteremo nel workshop "Studiare da leader", in programma il 16 (Monza) e 18 (Sassuolo) luglio.

Nel frattempo vi suggerisco la lettura del libro "Cattiva leadership", di Barbara Kellerman, la quale ci spiega che la cattiva leadership altro non sarebbe che la manifestazione del lato oscuro, e peggiore, della natura umana.

Tutto qui? Ne dubito. Ma il libro rappresenta un solido contributo a chiarirci le idee.

E merita l'investimento.

Buona lettura.

sabato 21 giugno 2008

Dieci buoni motivi per NON FARE il Project Manager - L'ottavo


Il Project manager non accresce, nel tempo, la propria professionalità.

Sicuro.

Essendo un ‘nientologo’ professionista cosa dovrebbe incrementare?

Certo, ogni tanto va a fare dei corsi in cui intervengono illustri Psicologi che con concetti profondissimi organizzano giochi di ruolo fra i presenti.

Ma tutto ciò serve solo a dargli qualche giorno di vacanza in più, che sprecherà rompendosi le scatole insieme ai suoi simili e passando molto tempo al cellulare.

In quanto il progetto corrente incombe.


Enrico Longo

mercoledì 18 giugno 2008

Premio e punizione divina


La realtà ha sempre molte facce. Come testimonia questa vecchia storiella.

Un uomo arriva in paradiso e incontra un vecchio amico, il quale se ne sta seduto, con in grembo una giovane bellissima.

"Questo è davvero il paradiso" dice all'amico, "lei è il tuo premio?"

"No", risponde l'uomo mestamente, "io sono la sua punizione".

lunedì 16 giugno 2008

A noi l'acqua ci piace alla gola


La nazionale maschile di pallavolo si è qualificata per le Olimpiadi di Pechino battendo il Giappone 3-2, dopo aver annullato 11 match-point.

La nazionale maschile di calcio ha vinto il campionato del mondo nel 2006 dopo l'ennesimo scandalo: quest'ultimo decisivo a dare la giusta spinta al gruppo, secondo l'autorevole Rino Gattuso.

Negli anni 60 e 70 l'Italia calciofila si è divisa fra Mazzola e Rivera, arrivando a penalizzare uno dei più grandi talenti della storia del calcio: e la stessa nazionale (chi, come me, non è più tanto giovane ricorda con rabbia i 6 minuti di Rivera nel 1970 nella finale persa contro il Brasile).

Per noi Italiani il manuale dell'infelicità di Paul Watzlawick è roba da dilettanti, incapaci come siamo di mobilitare le energie migliori se non di fronte al baratro, quando tutto sembra perduto.

La Nazionale di Donadoni affronterà martedì agli Europei la Francia, in una partita da ultima spiaggia.

Il cittì farà giocare dal primo minuto Antonio Cassano, al momento il più talentuoso calciatore italiano.

Meglio davanti al baratro che mai.

sabato 14 giugno 2008

Dieci buoni motivi per NON FARE il Project Manager - Il settimo


Il Project Manager gestisce alla meno peggio errori altrui.

Se nessuno commettesse errori, o fosse in grado di commetterli, il mestiere di PM neppure esisterebbe.

I progetti sono pieni di segni con la matita rossa e blu (esistono errori ‘veniali’ e ‘mortali’).

E’ triste per il PM dover inseguire errori non suoi e, spesso, aggiungervi i propri.

Tutto questo in un ambiente ostile dove ciascuno è pronto a puntare il dito e a vedere una trave nell’occhio altrui.

In tal frangente il PM ha un’unica, formidabile arma: la menzogna.

Non c’è panzana, detta con convinzione, che non possa essere fatta passare per vera.

Ricordatevi, piuttosto che ammettere gli errori, quanto sia preferibile negarli fino allo spergiuro, in attesa che vengano corretti o, meglio, diventino irrilevanti.

Ricordate sempre che dovete gestire un progetto al meglio, non guadagnarvi il paradiso.

Se proprio tutto andasse male potreste sempre ripiegare sulla carriera politica.

Enrico Longo

giovedì 12 giugno 2008

Un manuale per l'infelicità


Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne possiede uno, così decide di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se non me lo volesse prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era una scusa perché ce l'ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla. Se qualcuno mi chiedesse un martello io glielo darei subito. Perché lui no? Come si può rifiutare un favore tanto banale? Gente così rovina l'esistenza al prossimo. Per giunta pensa che io abbia bisogno di lui, e solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita dal vicino. Questi apre, e prima ancora che possa dire "Buongiorno" egli grida: "Si tenga pure il suo martello, villano!"

Un'anziana e nubile signora che abita in riva al fiume chiama la polizia per avvertirla che alcuni ragazzi fanno il bagno nudi. L'ispettore manda sul posto uno dei suoi uomini, che ordina ai ragazzacci di andare a nuotare più in là, dove non ci sono più case. Il giorno seguente la donna telefona di nuovo: i ragazzi si vedono ancora. Il poliziotto torna e li fa allontanare ancora di più. Dopo un po' l'ispettore è nuovamente chiamato dall'indignata signora, la quale si lamenta: "Dalla finestra della mia soffitta li posso vedere ancora con il cannocchiale!"

È ora di farla finita con la favola secondo cui la felicità rappresenta una meta desiderabile della vita.

Troppo a lungo ci è stato fatto credere che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità.


Anche la letteratura avrebbe dovuto renderci diffidenti. Tragedie, catastrofi, crimini, colpa, follia: ecco l'origine delle grandi creazioni. L'Inferno di
Dante è di gran lunga più geniale del suo Paradiso; lo stesso vale per il "Paradiso perduto" di Milton, in confronto al quale il "Paradiso riconquistato" è del tutto insipido.

Cosa saremmo senza l'infelicità? Essa ci è dolorosamente necessaria. Tutti possono essere infelici, ma
è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale.

Ma istruzioni utili e pertinenti per rendersi infelici sono, anche nella letteratura psicologica, rare e solitamente del tutto casuali. Allo scopo di colmare un vuoto insostenibile, questo libro vuole rappresentare un piccolo, responsabile e consapevole contributo: un manuale per rendersi infelici.

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Il corsivo che vi ho presentato è liberamente tratto da "Istruzioni per rendersi infelici" (Paul Watzlawick, Feltrinelli, 1997), un piccolo, grande libro che si legge in un'ora.

Con queste pagine ricche di umorismo Paul Watzlawick ci fa provare il disagio di riconoscerci in uno specchio ironico e ci invita a riflettere sull'opportunità che abbiamo, ogni giorno, di evitare qualche infelicità di troppo. Come?

Imparando, paradossalmente, a seguire dettagliate "Istruzioni per rendersi infelici".

lunedì 9 giugno 2008

Il talento di Monsieur Mannié


Qualche mese fa Jérome Kerviel, trader in derivati della Société Générale (una delle più grandi banche del mondo), ha causato alla banca una perdita pari a € 4.9 miliardi.

Inizialmente la banca ha parlato del colpo di testa di un giovane che ha avuto l'ardire di investire € 50 miliardi che non gli appartenevano.

Successivamente gli ispettori interni hanno affermato che "la frode di Kerviel è stata facilitata, e la sua scoperta ritardata, dalla debolezza della supervisione dell'attività del trader".

Tuttavia, Société Générale ha ritenuto di gratificare Christophe Mannié, capo di Kerviel, con un bonus di € 9 milioni.

La difesa di Kerviel avrà un'arma in più nel dimostrare la complicità di tutta la struttura, alleggerendo la posizione del trader: ma a questo la difesa della banca avrà certamente pensato.

Vorrei invece stimolare una riflessione circa il funzionamento dell'organizzazione.

Se la banca ritiene che le responsabilità siano da ascrivere anche all'organizzazione, che senso ha corrispondere al capo del trader un bonus da € 9 milioni, palesemente parametrato ai risultati di trading sui derivati?

Se invece la banca continua a pensare che le responsabilità siano tutte di Kerviel, non avrebbe avuto senso attendere la fine dell'inchiesta prima di corrispondere il bonus?

L'unica elemento indiscutibile, a questo punto della vicenda e con la mia limitata visuale, è l'abilità del signor Mannié, capace di incassare un bonus di € 9 milioni nel corso di un'inchiesta nella quale la probabilità che emergano sue responsabilità non sembra essere trascurabile.

venerdì 6 giugno 2008

Dieci buoni motivi per NON FARE il Project Manager - Il sesto



Il Project Manager si fa odiare da tutti!

Se è simpatico di suo, riesce ad evitarlo. Ma non per molto.

Da questo punto di vista Stan Laurel & Oliver Hardy sarebbero stati ottimi PM.

Ho conosciuto PM che compravano dolciumi a sacchi e li portavano alle riunioni, per addolcire i palati e gli animi (i gianduiotti hanno un effetto sicuro e si narra di progetti sull’orlo del fallimento salvati da Cuneesi al Rhum).

Ma in fondo sono mezzucci palliativi. Soprattutto se il progetto è lungo e coinvolge molte persone, nascono rivalità, crescono controversie, si incrostano ruggini reciproche.

Il progetto ne morirebbe se non ci fosse il catalizzatore di tutte le passioni, il parafulmine nella tempesta.

Indovinate di chi si tratta.

Enrico Longo

giovedì 5 giugno 2008

La dignità del lavoro: ovvero quando il giornalista lavora in un bar


Ricevo da Laura Avalle questo pezzo. Giovane e brava giornalista, con voglia di fare il suo mestiere, e con il problema di arrivare a fine mese. Pubblico integralmente.


Caro Arduino,


ho letto e riletto il suo blog. Dalle strategie di marketing alla politica, dalle storie di vita di tutti i giorni alle piccole e grandi provocazioni. Mi piace, davvero.


E a questo punto mi chiedo: perché non dare spazio anche alle lettere di coloro che la seguono? Pensi a quanti spunti e a quante riflessioni ne verrebbero fuori. Una specie di confessionale pubblico, uno spazio per farsi sentire e ascoltare. Perché questo è il problema della nostra ipocrita Italia. Di questo Paese del “si fa, ma non si dice”.


Dicono che da noi non ci sia lavoro. Cavolate. Il lavoro c’è. Magari non quello che abbiamo sempre sognato, o per il quale abbiamo studiato, ma tant’è. Si inizia e poi da cosa nasce cosa, che non significa soffocare le nostre aspirazioni, ma essere duttili, elastici, intraprendenti. In attesa di tempi migliori o “del grande salto”.


Vengo al mio esempio. Ho 30 anni, sono giornalista professionista e ho una laurea. Professione che svolgo da freelance, perché il “posto fisso” di questi tempi è diventato una chimera. Vengo pagata a pezzo. Guadagno bene, ma non abbastanza da potermi permettere di mantenermi da sola a Milano.


E visto che non ho più 20 anni e che non posso chiedere i soldi a mamma e papà, mi sono trovata un altro lavoro part time. Che non c’entra niente con il giornalismo. Proprio cosi’.


Faccio la cassiera in un bar. Almeno arrivo a fine mese tranquilla e non devo rinunciare al mio sogno di fare la giornalista, con la speranza che, prima o poi, qualcosa si muova.


Sto bene, sono serena e fiduciosa per il futuro e ho stima di me stessa. Guai però a parlarne con i colleghi giornalisti o a dirlo in un colloquio. La gente, se sa che lavoro in un bar per mantenermi, non mi prende più sul serio. Comincia a dire che devo investire sul mio futuro, che sono sprecata a fare un lavoro cosi’ poco prestigioso, bla bla bla … tante belle parole, ma intanto nessuno che mi offra uno straccio di lavoro.


Oppure sì. Come stagista, gratis. E come faccio a campare? Mi trovo uno che mi mantiene? Oppure vado a rubare? O mi piazzo la sera sul ciglio di una strada con tanto di minigonna e borsetta al seguito?


Mi perdoni, ma si è davvero perso il senso delle cose. Se potessi permettermi di vivere di rendita, adesso sarei in qualche isola caraibica a prendere il sole tutto il giorno, non crede? Come si fa a dire a una ragazza di 30 anni “verresti a lavorare per 500 euro al mese?”.


Giuro che me l’hanno chiesto. L’amministratore delegato di un gruppo editoriale, molto grosso, fra l’altro. Mi è anche successo che un noto giornalista mi offrisse qualche collaborazione una tantum e che pretendesse pure che lasciassi il bar, “perché fare la cameriera è un lavoro sconveniente”, per dirla con parole sue.


Invece di apprezzare il fatto che una ragazza abbia dei sogni e che cerchi di realizzarli con le proprie forze, con dignità, anche a costo di andare a lavorare in un bar sette giorni su sette, queste persone cercano di umiliarmi. Come se dovessi provare vergogna a fare un lavoro semplice, onesto.


Nel frattempo nessuno che mi offra una collaborazione, una dritta qualunque. Nada. Eppure nei paesi anglosassoni non è così. Succede solo da noi, nella ipocrita Italia appunto, dove tutti sono bravi a lamentarsi, ma guai a sporcarsi le mani con un lavoro che non rispecchia il proprio titolo di studio. Tabù.


Forse che scendere a compromessi sia più prestigioso?

martedì 3 giugno 2008

Vita dura per i dirigenti. Anche se sono bravi!


Abbiamo visto che nel 2007 gli amministratori delegati di società quotate sono stati trattati bene dai consigli di amministrazione: a fronte di risultati "discutibili" gli incrementi sono stati "indiscutibilmente" elevati (leggi il post)

Ma cosa è accaduto a quei dirigenti che non fanno parte della ristrettissima cerchia?

Ecco alcuni risultati del IX Rapporto di OD&M Consulting sulle retribuzioni (2007 verso 2006).

Quadri +3.1% (+4.5% in Lombardia).
Operai +1.1% (+3.2% in Lombardia, con incrementi superiori al 5% a Bergamo e Brescia).
Impiegati +2.5%.
Dirigenti -1.6% (-3.4% in Lombardia).

Dal mio, più circoscritto, punto di osservazione ho potuto constatare nel 2007 una più accentuata tendenza a eliminare posizioni non adeguatamente connotate oppure a sostituire alti dirigenti con quadri o dirigenti dal costo complessivo più contenuto.

Come spesso accade quando si taglia, fra le lame finiscono anche persone che potrebbero essere molto utili: ma non sempre il taglio è avveduto.

Vita dura, quindi, anche per i dirigenti. Fra i quali vedo poca consapevolezza della difficoltà del momento e molta speranza che la bufera passi lasciandoli indenni.

E la speranza non è una strategia.