lunedì 8 febbraio 2010

Il guaio del denaro

Il peggior guaio del denaro è che ti fa fare cose che non vorresti fare.

A volte ne siamo consapevoli, più spesso proprio no.

La frase è di un trader di borsa nel film Wall Street.

La scena che segue riprende la telefonata di Gordon Gekko al suo giovane collaboratore, nella quale l'uomo gli illustra i benefici del denaro.

Clicca qui per la recensione del film.


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venerdì 5 febbraio 2010

Superbonus ai manager Sisal

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Voci insistenti, non confermate, parlano di un maxi bonus a manager della Sisal, la società che gestisce Lotto, Superenalotto e tanti altri giochi che ci vedono attivi scommettitori.

Sì, avete capito bene. Quelli che nel 2008 ci invitavano a scommettere per diventare ricchi e poter dare dell'incompetente al nostro capo.

Ebbene sono stati proprio bravi: nel 2009 hanno certamente polverizzato tutti i budget. Invece dei 46 miliardi di euro previsti, sembra che nel 2009 (così dicono le statistiche ufficiali) ci siamo giocati ben 58 miliardi di euro, cui si aggiungerebbero 20-22 miliardi di scommesse illegali (stima Eurispes).

Ma non crediate che sia colpa della crisi economica, no. Sembra che il merito sia della pubblicità andata in onda nel 2009.

Convincente, efficace.

Guardatela e prendete esempio, uomini di marketing.

mercoledì 3 febbraio 2010

Vacanze? Lavorare è molto, molto meglio


In vacanza il mio umore precipita. Tutto mi annoia. Devo fingere di divertirmi per non rovinare le ferie a moglie e figli. Mi manca il lavoro, che mi appassiona, mentre la giornata in spiaggia mi appare priva di senso, per nulla riposante. Appena posso scappo in città, in ufficio, con la scusa di un impegno urgente e non procrastinabile. Ma mi sento in colpa. E diverso da tutti.

Questa la lettera di Erminio (nome inventato, non provate a indovinare …) tratta tempo fa dalla rubrica dello psicanalista di un periodico.

Il quale, lo psicanalista, spiegava il comportamento del lettore come una difficoltà ad adattarsi alla vacanza e lo incoraggiava a inframmezzare la spiaggia con piccoli intervalli lavorativi.

A Erminio, se mai fosse un frequentatore del mio blog e si riconoscesse in questo frammento, vorrei fare due domande:
  • ma pensi davvero che tua moglie e i figli non si accorgano della tua sostanziale assenza?
  • non credi piuttosto che loro, come te, facciano del loro meglio per difendere un’illusione di una vacanza “normale”, fingendo di non notare la tua noia?
Poiché è possibile che le carte siano scoperte da qualche tempo, ti suggerisco una terapia d’urto.

Durante le prossime vacanze estive spedisci la famiglia al mare. Se non ce la fai a dire loro quello che sanno già, ricorri pure alla storiella di un lavoro che ti impegnerà anima e corpo per le prossime tre settimane.

Tua moglie potrebbe pensare a una relazione? Improbabile.

La tabella di marcia è la seguente.
  1. Arrivo in ufficio non più tardi delle 7.00 della mattina e uscita non prima delle 22.00: sono certo che da fare non ti manchi.
  2. Cena nella pizzeria sotto casa: pizza e Coca consumata mentre rivedi una presentazione (pc rigorosamente acceso).
  3. Quindi a casa. Doccia e lavoro fino alla una per preparare il piano per il giorno dopo.
  4. Dalla una alle due della mattina a letto con occhi sbarrati per decongestionare il cervello: quindi sonno generosamente turbato da problemi operativi di vario genere.
  5. Sveglia alle 6.00 (ma anche se non suona fa niente, tanto sei già sveglio) e si ricomincia.
Dopo 5 giorni, al venerdì, potrebbe venirti voglia di rivedere i tuoi figli e financo tua moglie.

Addirittura potresti desiderare di bagnarti coraggiosamente l’alluce nell’acqua di mare.

Ebbene, resisti! Tira lungo nel weekend e prosegui con lo stesso ritmo per la seconda settimana. E magari per la terza, se tutto fila liscio.

In quali casi è opportuno interrompere la cura?
  • Se ti prende un accidente e caschi secco davanti al computer senza emettere un lamento. Ti sveglierai in ospedale con la mamma al tuo capezzale (la moglie non è certa …).
  • Se squilla il cellulare e l’avvocato di tua moglie ti chiede un appuntamento.
  • Se improvvisamente, e inspiegabilmente, ti vengono i conati di vomito a guardare la scrivania: chiudi tutto e corri al mare, non senza aver prima annunciato il tuo arrivo.
  • Se, arrivato al mare inatteso, corri in spiagga e scopri che i tuoi figli chiamano papà un aitante giovanotto.
  • Se il tuo capo, avvertito dalla sicurezza del tuo comportamento, insiste per pagarti le sedute dello psicanalista (non quello della rivista, quello meglio evitarlo perché pensa che tua moglie sia cretina …).
Se non succede niente di tutto questo?

Allora trova il modo di prolungare la vacanza dei tuoi, oppure inventati una trasferta.

In ogni caso, vai avanti e attendi fiducioso: prima o poi qualcosa succede.

Che ne dici Erminio? Pensi di farcela? Io ho fiducia.

lunedì 1 febbraio 2010

L'inutile tetto agli incentivi del venditore


Adoriamo farci del male.

Anche quando potremmo farne a meno, non riusciamo a resistere.

Tutti gli anni, più o meno di questi tempi, le aziende sono alle prese con il piano di incentivazione per la forza vendite.

Ma come, a febbraio? E quando allora? Febbraio è un buon periodo, se consideri che mediamente il piano è comunicato a marzo-aprile.

Meglio tardi, che mai: a me è capitato di vedermi consegnato il piano incentivi a settembre, al ritorno dalle vacanze estive.

Cosa vuoi che sia febbraio?

Ma non divaghiamo. Com’è fatto questo piano? Rigorosamente con il tetto.

Oltre un certo limite l’azienda non remunera il venditore.

Se l'obiettivo è, per il venditore in questione, quello di generare un milione di euro di nuovo fatturato e a un milione è commisurato il tetto, qualunque vendita che superi l’obiettivo rimarrà per il venditore improduttiva.

E allora, secondo voi, quale sforzo produrrà il venditore per superare il suo budget?


PS: le aziende sembrano avere per il tetto un'attrazione fatale. Quello di cristallo lo usano per le donne, quello reddituale per i venditori. Così va il mondo.

venerdì 29 gennaio 2010

Raffaele Morelli, psicoterapeuta e ... marketer di prima qualità











Raffaele Morelli è un medico, psichiatra e scrittore italiano. È psicoterapeuta noto a livello mediatico.

Qualche giorno fa, in libreria, mi sono imbattuto in uno scaffale contenente alcuni dei suoi numerosi libri.

A voi le copertine. Non brillano per originalità? Sono d’accordo.

Vediamo cosa può spingere il medico milanese a comparire in modo ricorrente e con diverse posizioni degli occhiali. Avanzo alcune ipitesi.
  1. I libri hanno titoli per i quali non è elementare sviluppare una copertina d’impatto. Posizione sostenibile anche dopo analisi sommaria.
  2. Dopo numerosi test le case editrici (prevalentemente Mondadori, ma anche altre) hanno scoperto che l’immagine del dottor Morelli corredata di occhiali rappresenta la migliore soluzione, perché la notorietà mediatica dell’autore rassicura il lettore potenziale circa la qualità del libro. Passabile anche questa.
  3. Il dottor Morelli ha imposto la copertina alle case editrici perché sa di poter influenzare il lettore potenziale con la sua immagine, prevalentemente occhialuta.

Come?

La letteratura riguardante la comunicazione è concorde nell’affermare che gli occhiali conferiscono in generale autorevolezza.

Quando l’asticella è appoggiata alle labbra o gli occhiali sono in prossimità del viso si intende comunicare uno stato di pausa o riflessione
.

È una postura che ispira rassicurazione.

Quando invece si guarda oltre gli occhiali (vedi la prima, terza, quarta e sesta copertina), si tende a comunicare un atteggiamento critico, valutativo.

Il maestro verso l’allievo, il conoscitore profondo verso l’incompetente: con atteggiamenti del genere si tende a creare una divisione, a tracciare un confine fra l’autore e il lettore, specie quando questi può risultare particolarmente influenzabile.

Il quale, lettore, può sempre colmare la differenza acquistando i libri del maestro.

Non so dire, né ho la conoscenza per dire, della preparazione del dottor Morelli nella sua qualità di medico e psicoterapeuta: ma quelle dell'uomo di marketing sono indiscutibili.

Voi che ne pensate?

PS: un mio caro amico sostiene che siamo nati per soffrire. Che il libro del dottor Morelli ("Non" siamo nati per soffrire) possa aiutarlo a cambiare idea?



mercoledì 27 gennaio 2010

Un utile esercizio contro la presunzione


Ce lo propone Plutarco nel suo libro Per un parlare efficace.

Di seguito vi propongo una mia sintesi del test.

Venuto a sapere che il re Filippo aveva distrutto la città di Olinto, uno spartano commentò: «Lui, però non sarebbe in grado di edificarne una simile».

Criticare o distruggere non è difficile, tanto più quando abbiamo da giudicare un discorso già formulato.

Ben più impegnativo è replicare con argomentazioni migliori.


Per combattere la presunzione è utile l'esercizio del confronto con noi stessi.

Dopo aver ascoltato qualcuno che non ci ha lasciati soddisfatti, possiamo, una volta rimasti soli, ritornare sulle cose che a nostro giudizio ha esposto male o in termini inadeguati e impegnarci a riformularle, integrandole, correggendole, esprimendole in altro modo o addirittura tentando di riproporle a partire da premesse completamente diverse.


Se dunque, provando a riformulare il discorso di altri, scopriremo di non essere tanto migliori, impareremo a contenere il disprezzo per gli altri e a ridimensionare sia la nostra presunzione sia il nostro orgoglio.

lunedì 25 gennaio 2010

La bottiglia? Meglio una vacanza a Kabul.


In Italia muoiono ogni anno circa 80.000 persone a causa del fumo, 25.000 a causa dell’alcol, 8000 per l’influenza stagionale, meno di 5000 per incidenti stradali, fra 500 e 1000 a causa della droga.

E le vittime per il terrorismo?

Il picco, nel mondo, si è avuto nel 2001, in occasione dell’attentato alle torri gemelle a New York, nel quale sono decedute 2974 persone. Escludo da questo conto i militari e i civili deceduti in Iraq e Afganistan negli anni successivi.

Abbassare la guardia sul terrorismo?

No. Alzarla sulle decine e decine di migliaia di morti silenziose.

PS: a quanti, dopo una vita vissuta come anonima e incolore, cercassero rifugio nell'alcol, consiglio una lunga vacanza in uno dei luoghi "caldi" del mondo. Vuoi mettere, morire di terrorismo ...

venerdì 22 gennaio 2010

Attaccare frontalmente il capo? Troppo rischioso


Quella che trovate di seguito è la conversazione con un amico il quale, giunto a un passo dal conflitto aperto con il suo capo, mi aveva chiesto di parlarne.

“Basta, quell’imbecille mi ha stufato. La prossima volta gli rispondo per le rime e metto in copia l’amministratore delegato”.

“Lascia perdere, non credo che ti convenga”.

“E allora vado dal direttore del personale, così lui se ne deve occupare lui”.

“Credi che ti sarà grato per avergli messo il cerino in mano?”

“Insomma, questo no, quello no! Che devo fare? Lasciare che le cose vadano a rotoli senza fare niente?”

“Non dico questo. Dico che saltare il capo a piè pari non conviene, anche quando hai ragione. Anche nel caso in cui l’amministratore delegato e il direttore del personale volentieri si libererebbero di lui”.

“E perché?”

“Per tre ragioni.

Perché chi detiene il potere in un’organizzazione non ama chi lo mette in discussione apertamente.


Perché domani potresti comportarti con l’amministratore delegato o il direttore del personale come oggi ti comporti con il tuo capo. E non credo che
questo a loro piacerebbe.

Perché potresti essere usato oggi e scaricato a stretto giro.”


“E allora? Cosa mi suggerisci di fare?”

“Ti consiglio di elaborare una strategia diversa, meno rischiosa”.

Dopo aver aiutato il mio amico in un compito rivelatosi meno complesso del previsto, gli ho regalato due libri: L’arte della guerra e I 36 stratagemmi.

Li suggerisco entrambi a chi sente di avere aree di miglioramento nella gestione del conflitto.

mercoledì 20 gennaio 2010

L’equazione di Seneca



La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l'occasione.

Il raggiungimento degli obiettivi personali sarebbero, secondo Seneca, il risultato (non la somma …) di una preparazione ineccepibile e di una adeguata esposizione alle opportunità.

Lo so, non sempre il successo arride ai più preparati.

Ma rimanere in casa ad aspettare non ha mai aiutato nessuno.

Chi di voi volesse approfondire il ruolo della fortuna nella vita può leggere il libro Giocati dal caso.

martedì 19 gennaio 2010

I post più letti nell'ultimo trimestre 2009


lunedì 18 gennaio 2010

Buonaseraaaa ...


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Ricordate questa pubblicità? E l'azienda?

venerdì 15 gennaio 2010

Quando la lode ha un prezzo



Tempo fa ho fatto una riflessione sulla pericolosità della lode: di seguito troverete una storia piuttosto istruttiva.

Merce consegnata regolarmente. Puoi goderti la vacanza tranquillo.

Eccellente gestione dell’emergenza! Mi congratulo con te.

Grazie. Spero vorrai ricordarlo anche quando saranno decisi gli aumenti di stipendio!

Questi gli sms scambiati nel giro di pochi minuti fra capo e collaboratrice lo scorso anno, il 28 dicembre 2009

E ora la storia.

Demetrio, il capo, deve partire il 23 dicembre per le vacanze quando sorge un problema produttivo a proposito di una commessa destinata a un grosso Cliente.

La commessa prevede una consegna di una quantità di merce rilevante per il 27 dicembre.

Poiché Demetrio è uno che fatica a delegare (come lui non c’è nessuno …), la questione è tutta nelle sue mani.

Che fare? Partire o perdere i soldi e scatenare la guerra in famiglia?

Meglio partire, mollando la questione a Ludmilla, la sua più stretta collaboratrice. La quale soffre, professionalmente parlando, per due ragioni: la scarsa autonomia che il capo le concede e l’inadeguatezza della sua retribuzione, a suo dire inferiore ai livelli minimi di mercato per posizioni paragonabili (da diversi anni zero aumenti).

E così Ludmilla si trova a gestire la rogna avendo a disposizione poche e frammentarie informazioni: impossibile prendere contatto con Demetrio, il quale ha il telefonino rigorosamente staccato dalle 13 del 23 dicembre. Si sa, in montagna il telefonino non prende …

Demetrio non passa un buon Natale. Trascorre 24 e 25 dicembre nella preparazione di una strategia credibile per tornare in ufficio senza urtare più di tanto la moglie, la quale ha voluto andare in albergo proprio per evitare le “fughe lavorative” del marito.

Stranamente, il 27 trascorre tranquillo. Nel senso che non arrivano telefonate dell’imprenditore a intimargli il rientro. Ma la “preparazione” familiare alla sua partenza, certo solo uno o due giorni, il tempo di sistemare le cose, è avviata e qualche muso lungo lo ha già prodotto.

Poi, il 28 mattina, la sorpresa: alla sera del 27 la merce è stata consegnata regolarmente. Tutti felici e contenti.

Ludmilla ce l’ha fatta.

Demetrio è al settimo cielo: non deve ritornare in ufficio e può dedicarsi a ricomporre la pace familiare.

Ma nei giorni successivi alcuni, fastidiosi pensieri, cominciano ad affollare le piste sciatorie.

Come diavolo ha fatto Ludmilla?

E se venisse fuori che, tutto sommato, lui tanto indispensabile non è?

E cosa farà per l’aumento di stipendio? Si sa, di questi tempi dare aumenti è come vincere alla lotteria.

Finora aveva evitato ogni forma di riconoscimento, ma stavolta la faccenda è seria ...

Eccellente gestione dell’emergenza, le aveva scritto.

Parole grosse, documentate da sms. Certo dettate dallo scampato pericolo, ma lui le ha scritte.

Cosa farà Demetrio? Non lo so, forse vi saprò dire.

Spero solo che Demetrio impari da questa storia alcune cose fondamentali:
  • i collaboratori non sono tappezzeria: vanno aiutati ad assumere responsabilità commisurate al ruolo e alle competenze sviluppare;
  • la lode è insostituibile se si vuole rafforzare i comportamenti desiderati, ma il panegirico può essere molto, molto pericoloso.

mercoledì 13 gennaio 2010

Hai mai provato a scrivere il tuo anti-curriculum?


Siamo più bravi che fortunati.

Quando le cose vanno bene siamo stati bravi a costruire le circostanze dalle quali traiamo vantaggio.

Quando le cose non vanno altrettanto bene, allora la sfortuna si accanisce contro di noi.

Eppure, ci sono momenti nella vita di ciascuno nei quali il caso ha giocato un ruolo essenziale: e non solo per quanto riguarda le situazioni avverse.

A te è mai successo?

Hai mai provato a scrivere, accanto al tuo curriculum vitae (quello, per intenderci, che scriviamo quando vogliamo cambiare lavoro per convincere il selezionatore che meglio di noi non c'é nessuno ...) il tuo anti-curriculum?

No? Provaci ora.

Prova a scrivere il tuo curriculum vitae eliminando gli eccessi, indicando i momenti di difficoltà (perché ce ne sono sempre, inutile raccontarcela) e soprattutto quelli nei quali il caso ha giocato un ruolo decisivo.

Vediamo cosa ne viene fuori: io sto facendo la stessa cosa e lo pubblicherò a breve.

lunedì 11 gennaio 2010

Non sai "espulsare la capsula"? Allora non puoi farti il caffè


I nostri figli hanno voluto, per Natale, regalarci una macchina da caffè De Longhi: da utilizzare con il caffè Nespresso, ormai universalmente noto grazie alla martellante pubblicità televisiva.

Buono il caffè (soprattutto vasta la scelta) e funzionale la macchina, almeno in questi primi giorni.

Non elementare fare il primo caffè.

Nel leggere le istruzioni ci siamo imbattuti in termini quali “Espulsare la capsula” per indicare la rimozione dalla macchina del contenitore del caffè.

Oppure “scheda di settore” per indicare la presa elettrica.

Ci siamo così arrangiati con le istruzioni in altre lingue, ma la situazione non è migliorata apprezzabilmente.

Come può accadere che due multinazionali scelgano di lanciare un prodotto con un massiccio investimento pubblicitario senza curare le istruzioni per l’uso?

Noi italiani siamo abituati ad arrangiarci e non amiamo leggere le istruzioni. Ci annoiamo e preferiamo (io per primo) armeggiare con la macchina infernale: alle istruzioni ci arriviamo alla fine, quando tutto sembra ormai perduto.

Chi glielo fa fare allora, alla De Longhi-Nespresso, di tradurre decentemente le istruzioni?

Tempo perso. Infatti, il product manager non ha ritenuto di rileggere le istruzioni, con i risultati di cui vi ho detto.

Come gestiscono le aziende la traduzione di testi? Vediamo alcuni dei casi mi sono imbattuto.
  • Se la traduzione riguarda un testo breve di qualunque genere, la prima soluzione è la segretaria. Costa niente, e questo induce a pensare che farà di certo un buon lavoro. E ciò puntualmente accade, perché la qualità della traduzione non la controlla nessuno. Qualcuno legge il testo e ride? I Clienti diventano matti con l'elettrdomestico? Pazienza, l'importante è ignorarlo e continuare a essere convinti di aver fatto un buon lavoro.
  • Quando le pagine da tradurre sono tante e la segretaria riesce a scamparla, allora subentra l’agenzia di traduzioni, che si avvale di professionisti non sempre selezionati seguendo il criterio della perizia. Il “malloppo” è suddiviso fra più traduttori e non sempre è garantita l'allineamento terminologico (da qui l'elevata probabilità di riscontrare “orrori” e disomogeneità di gravità varia).
  • Infine, ma molto infine, le imprese ricorrono ai traduttori professionisti. Sono in genere le imprese per le quali la qualità del lavoro è critica e gli errori possono portare a perdite anche rilevanti. Parliamo ad esempio di istruzioni per l'uso di macchine utensili, contenziosi di varia natura. Insomma, tradurre bene o perdere quattrini: questo fa mettere giudizio, ma solo dopo aver dolorosamente sperimentato.

Ma dove trovarli, i professionisti bravi?

Ai miei Clienti consiglio di cominciare con il sito www.aiti.org, il sito dell'Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, associazione di professionisti che subordina l’ammissione a un esame specifico e che si è data un proprio codice etico.

Potete, dal sito www.aiti.org, reperire traduttori qualificati presenti in ogni regione: la certezza del risultato non ve la dà nessuno, ma la probabilità di evitare cantonate è molto, molto alta.

Chi fosse punto da vaghezza può inoltre leggere le guide ai servizi di traduzione e di interpretariato, scaricabili gratuitamente dal sito: sono molto utili per affrontare servizi critici con la necessaria consapevolezza.

Allora che fare? Tutti a contattare traduttori professionisti?

Certamente sì. Ma prima è fondamentale che l’organizzazione faccia una scelta per la qualità della traduzione, che poi è una scelta di rispetto per il Cliente finale.

Quello, per intenderci, che compra la macchinetta del caffè.


PS: Tradurre è un mestiere. Un mestiere che si impara con fatica e lavoro duro. Le segretarie, in genere, odiano tradurre perché si trovano a fare qualcosa di altamente professionale per le quali non sono preparate. A voi questo non lo hanno mai detto? Certo che no, spesso non lo sanno neanche loro. Ma ve lo hanno comunicato attraverso la qualità della loro traduzione: provate a leggerne una.

sabato 9 gennaio 2010

Via Bettino Craxi? Come pestargli un callo


Il Sindaco di Milano Letizia Moratti intende intitolare una via o un giardino a Bettino Craxi, leader del Partito Socialista condannato per corruzione durante Mani Pulite e scomparso 10 anni fa in Tunisia, durante la latitanza.

La decisione ha suscitato polemiche. Per il Sindaco è “giusto, nella ricorrenza del decennale della morte di Bettino Craxi, ripensare la sua figura prima di tutto dal punto di vista umano, poi politico e storico”.

Via Craxi dovrà essere senza numeriper evitare problemi ai residenti”.

A gennaio la delibera arriverà in giunta per l’approvazione: sembra siano contrari Lega e gli ex Alleanza Nazionale. Favorevole Fassino, contrario Di Pietro.

Giusto o sbagliato? Confesso la mia perplessità.

Perché affidare a una strada il compito di favorire una riflessione storico-politica sull’operato di uno statista? Non è riduttivo?

Se, nella visione del Sindaco, sarà necessario evitare problemi ai residenti, a chi giova una strada (o, peggio, un giardino) nella quale lo stesso Sindaco difficilmente abiterebbe o andrebbe a passeggiare con i nipotini?

La strada senza numeri sembra rappresentare una soluzione capace di accontentare i nostalgici ed essere rapidamente dimenticata da chi la avversa.

Per concludere, non dimentichiamoci di Bettino: avrebbe a stento dato il suo nome a via Broletto (sono certo, avrebbe preferito via Manzoni) o al parco Sempione, visto che a Vittorio Emanuele II sono stati dedicati il corso che da Piazza Duomo porta a Piazza San Babila e addirittura la Galleria.

Lo immaginate felice nel vedere il suo nome associato a una strada secondaria a priva di numeri civici, nella quale le persone ritengono poco sicuro abitare?

Vogliamo, come dice il Sindaco, "ripensare la sua figura prima di tutto dal punto di vista umano, poi politico e storico", decidendo, prima che la riflessione sia finita, che lui, per la città, è stato un personaggio di secondo piano.

Come ricordarlo pestandogli un callo.

giovedì 7 gennaio 2010

Quando l'arroganza è cieca


Prevedere se una nuova invenzione avrà o no successo può essere decisivo per le sorti un’impresa.

Ma “prenderci” non è né semplice né frequente.

Nel 1977 ad esempio Ken Olson, fondatore e numero 1 della Digital Equipment Corporation dichiarò:
”Non c’è alcuna ragione per la quale qualcuno debba voler avere un computer a casa propria”.

La Digital Equipment è stata successivamente acquisita dalla HP e oggi non sopravvive neanche il brand.

Vi viene da sorridere? Aspettate un momento.

Nel 1991, 14 anni dopo, fui costretto a subire un cazziatone demolitivo per aver autorizzato l’uso di personal riciclati da parte dei venditori che coordinavo: il tutto, ovviamente, per accrescere produttività e motivazione della truppa.

Cosa pensate ora del vecchio Ken?

La dichiarazione di Ken Olson è ripresa dal libro I numeri che contano.

lunedì 4 gennaio 2010

Ritirarsi? Come morire

Sento, non di rado, parlare con ironia dei politici che tardano a lasciare la propria posizione.

Ma, se vogliamo comprendere le loro ragioni, dobbiamo cercare di guardare il mondo con i loro occhi.

Il ritiro è, per un leader, un momento difficile.

Anche quando sono anziani, direi soprattutto quando sono anziani, la minaccia dell’oblio, della non esistenza, pesa profondamente sulla scelta di restare o ritirarsi.

Per molti la telecamera, l’avidità del microfono, lo sguardo di un giornalista rappresentano, più o meno consapevolmente, la ragione stessa dell’esistenza.

Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman parlò di questa sensazione subito dopo aver lasciato la carica affermando:

“Due ore fa avrei potuto proferire cinque parole e sarei stato ascoltato in tutte le capitali del mondo. Ora potrei parlare per due ore e nessuno ci farebbe caso.”.

I leader che non vogliono ritirarsi sono spesso persone in lotta per la loro esistenza.

La dichiarazione di Truman è citata nel libro Leader, giullari, impostori.

venerdì 1 gennaio 2010

Prima la parola o l'udito?


È più importante saper parlare o saper ascoltare?

Comincia a essere mia abitudine, nella progettazione di programmi di formazione, soffermarmi sui “fondamentali” prima di affrontare temi complessi quali la negoziazione, la leadership o la gestione dei collaboratori.

E i fondamentali sono, a mio avviso, rappresentati dal saper porre domande efficaci e disporre di una buona disponibilità e tecnica di ascolto...

Una certa perplessità assale i miei interlocutori quando pongo sullo stesso piano domande e ascolto: perplessità che diventa scetticismo quando elevo l’ascolto a un livello superiore.

E quando non riesco a cavarmela, chiedo aiuto a Plutarco. Il quale sul tema aveva le idee piuttosto chiare.

Gli uomini generalmente si esercitano nell'arte della parola prima di essersi allenati ad ascoltare; essi credono, infatti, che per parlare esistano un apprendimento e un esercizio specifici, mentre per l'ascolto non ci si debba avvalere di tecniche particolari.

L'uso della parola, però, non è come il gioco della palla, nel quale i bambini imparano simultaneamente a lanciare e ad afferrare: recepire in modo corretto un discorso è prioritario rispetto a saperlo pronunciare.

Il discorso pronunciato da persone incapaci di ascoltare e non allenati a trarre giovamento dall'ascolto è un soffio di vento che, come dice il poeta, «si disperde sotto le nubi, invisibile e privo di gloria».


Il brano è liberamente tratto dal libro Per un parlare efficace

martedì 29 dicembre 2009

Quando la resistenza al cambiamento può rivelarsi fatale



Nassim Nicholas Taleb sostiene, nel suo libro Il cigno nero, che prevedere il futuro è molto difficile.

A testimonianza di ciò Taleb afferma che le invenzioni più innovative sono destinate a essere sottovalutate o sopravvalutate, senza mezze misure.

L’affermazione di Taleb mi ha riportato alla mente un episodio che risale al 1997, anno in cui avevo la responsabilità della direzione commerciale dell’Agenzia Ansa.

In quell'anno mi recai ad Atene per partecipare a un convegno fra le principali agenzie di notizie.

Tema: l’influenza che Internet avrebbe avuto sul business dei fornitori di informazione, o information provider che dir si voglia.

Il convegno veniva in un momento nel quale Internet cominciava a far sentire la pressione sui prezzi dei servizi e a erodere i margini.

Una situazione complicata, nella quale i più (incluso il sottoscritto) avevano poche idee e ben confuse.

Uno dei primi relatori era un dirigente della Reuters, al tempo la prima agenzia di notizie al mondo, per la quale avevo lavorato per quasi 10 anni.

Il manager sostenne che la lentezza del trasferimento delle informazioni via web rappresentava per Reuters, in quel momento, un elemento di sviluppo, poiché i mercati finanziari non potevano tollerare alcun ritardo nel trasferimento di notizie e quotazioni. E continuavano a preferire il tempo reale che la linea terrestre assicurava.

"Thank you Internet", affermò in modo teatrale fra la sorpresa generale.

Dato l'enorme prestigio della Reuters, a cena la discussione si orientò proprio sull'intervento del mio ex collega.

La posizione del relatore, peraltro, rifletteva la visione del top management di Reuters, che continuò a sottovalutare il fenomeno per un tempo sufficientemente lungo a generare all'azienda enormi difficoltà.

Persa la leadership del mercato, qualche anno fa Reuters è stata acquisita da Thomson per dar vita a Thomson Reuters.

sabato 26 dicembre 2009

Chi era Pericle?

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Di Pericle abbiamo parlato riportando il suo discorso agli Ateniesi.

Pericle ha legato il suo nome al periodo di massimo splendore di Atene.

Un breve video ci dice, in meno di 2 minuti, qualcosa di più sulla sua personalità e visione dello stato.

mercoledì 23 dicembre 2009

Un 2010 senza ... giudizio


È quello che mi auguro, per tutti noi.

L’accezione dilagante del termine giudizio è legata al concetto di divisione: bianco-nero, buono-cattivo, destra-sinistra, bene-male, bravo-incapace, onesto-delinquente.

Le mezze misure non esistono: o stai con noi o contro di noi, o di qua o di là.

Giudichiamo, emettiamo sentenze sulla base di un codice fondato sui nostri valori e sulle nostre percezioni.

Nostre. E basta.

Ma la realtà è complessa e quasi mai sta comoda dentro un giudizio sommario: il buono potrebbe non essere del tutto buono e l’incapace magari adattissimo a fare altro.

E allora? Allora proviamo a sostituire il giudizio con la valutazione.

La valutazione prevede, per sua natura, l’analisi di vantaggi e svantaggi, di punti di forza e di debolezza in un contesto definito.

Richiede tempo, fatica, allenamento.

Ma, conclusa l’analisi, la consapevolezza della complessità difficilmente ci permetterà un giudizio sommario.

Il bianco e il nero sfumeranno in varie tonalità di grigio.

Certo, valutare costa, ma le cose preziose non sono mai gratuite.

A voi e alle vostre famiglie i migliori auguri.

lunedì 21 dicembre 2009

Rialzarsi? Meglio non cadere!


Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con la quale ti rimetti in piedi.

Queste parole sono di Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, che credo abbia voluto offrire ai suoi concittadini uno stimolo a reagire a una crisi economica che ha ridotto alla povertà decine di milioni di persone.

Con tutto il rispetto per un uomo di tanta esperienza e prestigio, penso che le persone abbiano bisogno, prima di rialzarsi, di imparate a contenere il rischio di cadere.

Perché cadere fa, comunque, male. E, una volta per terra, rimettersi in piedi non è scontato.

La cautela è una virtù che si impara.

venerdì 18 dicembre 2009

Quando trascurare i dettagli sostiene la leadership


Lo scorso 11 dicembre, presentando al Lingotto i buoni risultati del 2009, l’amministratore delegato del gruppo Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato di fronte ai suoi collaboratori che “il Gruppo ha reagito alla crisi senza chiedere aiuto a nessuno”.

Sergio Marchionne è uomo di indubbie qualità che ha saputo condurre la Fiat verso una redditività invidiabile e alleanze internazionali governate da posizioni di forza.

Non credo abbia dimenticato che i risultati ottenuti sono anche frutto degli incentivi pubblici, che la Fiat ha chiesto a gran voce per il 2009, rinnovando medesima richiesta per il 2010 per scongiurare il pericolo della possibile perdita di molte migliaia di posti di lavoro.

Perché Marchionne ha omesso il dettaglio?

Per motivare il management, probabilmente, che di fronte a un risultato d’eccezione volentieri dimentica gli incentivi statali per accreditarsi come l’unico artefice del proprio successo.

E prepararsi emotivamente a nuove sfide, stringendosi intorno al capo.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il venditore quando i soldi in giro sono pochi


La peggiore eredità che una crisi economica possa lasciare nella testa di un venditore sta tutta nell'uscita dalle secche.

In quella fase cioè, in cui non te ne accorgi ma qualcosa lentamente si muove.

Non è ripresa vera, ma qualcuno sta riconsiderando l’ipotesi di investire qualche soldo e lo fa in silenzio, timidamente, senza dare nell’occhio.

E allora trovi il venditore vero, quello che durante il periodo buio ha continuato a fare il suo duro lavoro creando nuovi contatti, esplorando opportunità, rinsaldando le relazioni. Pronto a cogliere le opportunità con lo spirito del falco, senza né freni né alibi nella testa.

E poi ti imbatti nel venditore che “aspetta che torni la domanda”, che ha tirato i remi in barca perché “soldi in giro non ce n’è”, che aspetta tempi migliori per versare sudore. Di quelli, insomma, che rinunciano al corteggiamento per non rischiare la buca.

Molta della competitività di un’impresa sta nel modo in cui affronta una crisi e ne sa cogliere l’evoluzione, coltivando le opportunità con la pazienza del contadino e cogliendole con la rapidità del falco.

lunedì 14 dicembre 2009

Influenza A, una storia da dimenticare


Appare ormai evidente che l’emergenza da influenza A, H1N1 o febbre suina che dir si voglia emergenza non è.

Vediamo i numeri, che prendo dal Corriere della Sera di sabato scorso.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le persone decedute nel mondo a causa del H1N1 sono 9596, di cui 1242 in Europa.

Sempre in Europa, la fase critica è attesa nella sola Francia.

Le vittime in Italia sono lo 0,0039%, mentre per l’influenza stagionale sono lo 0,2%. Come ho detto in un altro post in Italia nella scorsa stagione sono decedute circa 8000 persone da influenza stagionale.

L’influenza stagionale ha un impatto oltre 50 volte superiore a quella della febbre suina.

Le persone che si sono vaccinate in Italia erano al 6 dicembre 689.172, di cui 5730 con la seconda dose (il vaccino è a due fasi).

Un abbaglio tutto italiano? Pare proprio di no.

Anche negli altri paesi la campagna per la vaccinazione non è stata un successo: dalla Germania all’Australia la percentuale dei vaccinati è dell’ordine del 5%.

Ma questo non può consolarci.

Rimane oggi il problema dell’investimento fatto in decine di milioni di dosi di vaccino inutilizzate, anche a causa di problemi organizzativi che ne hanno limitato la disponibilità nel momento di picco.

Il Ministero non ha reso noto le cifre (per quale ragione?) ma il Corriere parla di € 200 milioni che a breve non avranno alcun valore.

Che fare?

Il vice Ministro Fazio sostiene che nel 2010 potrebbe esserci un nuovo picco e che l’offerta di vaccino gratuito è stata estesa ad altre categorie.

Le soluzioni sembrano essere due: aumentare la base di persone potenzialmente vaccinabili e “sperare” in un picco dell’influenza.

Capisco l’imbarazzo di Fazio, persona seria che cerca di dare soluzione a una vicenda che chiede di solo essere dimenticata.

venerdì 11 dicembre 2009

Il pettegolezzo fa bene all'organizzazione




Durante un pranzo un Cliente mi ha detto:

"Sai, in questo periodo sto riflettendo sul fatto che parlar male delle persone è molto più facile che parlarne bene."

Vero. Un errore genera spesso una condanna inappellabile pronunciata alla macchinetta del caffè.

Ma i nostri amici americani, ai quali abbiamo delegato il compito di indicare i nostri comportamenti futuri, hanno deciso che le cose debbono cambiare. Per alcune, buone ragioni.

Prima di tutto le persone vanno tutelate: voci e giudizi sommari non possono pregiudicare la reputazione di chi lavora sodo e danneggiarne la carriera.

In secondo luogo il pettegolezzo costa: in tempo e qualità del lavoro.

Quali le azioni intraprese negli USA?
  • Molte imprese stanno inserendo nei contratti clausole anti-gossip. La persona arruolata si impegna a non spettegolare e a invitare a smettere chiunque cerchi di farlo. Pena il licenziamento.
  • Un controllo dei blog, sia aziendali sia esterni, per individuare informazioni riservate trasmesse all’esterno senza autorizzazione.

Azioni forti? Non direi. Le clausole, prima o poi, si dimenticano e frenare la lingua è impresa complicata...

Il blog? L’anonimato protegge i chiacchieroni e solo poche persone si sono fatte beccare.

In Italia? Che succede da noi?

Alcune aziende si sono date un codice etico, altre tendono a reprimere il pettegolezzo al manifestarsi.

Da un punto di vista strettamente legale il deterrente appare il licenziamento per diffamazione, ma in generale il pettegolezzo è accettato come una nota di costume.

Insomma, a noi, il pettegolezzo, ci piace da morire. E poi, diciamocelo, il pettegolezzo è utile.

Prima di tutto asseconda il fascino del negativo: avete mai visto qualcuno alla macchinetta del caffè parlare con entusiasmo dei successi di un collega?

Poi ha una funzione calmante: se qualcuno ti ha fatto saltare i nervi devi pur sfogarti (naturalmente in via riservata ...) mica puoi tenerti tutto dentro.

Il pettegolezzo è anche insostituibile per dare alle persone una valutazione “di corridoio” che il capo non sarebbe mai in grado di dare. Insomma, una valutazione collettiva che aiuta a correggere il comportamento.

Il gossip, infine, serve a progettare le organizzazioni. Non c'é disciplina giapponese che tenga.

Quando l'impresa deve prendere decisioni che sa essere di difficile digestione, come quando si deve rilasciare un nuovo organigramma, la tattica è la seguente: si lasciano circolare le voci e si sguinzagliano gli ascoltatori di confidenze. Poi si decide.

Insomma, credo proprio che questa volta gli americani non ce la faranno.

Neanche a casa loro.

mercoledì 9 dicembre 2009

Per rinfacciare vizi bisogna esserne immuni


Assistiamo spesso a critiche e attacchi personali, sia nella vita pubblica sia nella vita privata.

Attacchi a volte giustificati, in altri casi strumentali.

Sempre in numero eccessivo e di difficile valutazione, specie quando le critiche sono formulate in assenza della persona interessata e in modo confidenziale.

Esiste la possibilità di ridurre il clamore e limitare critiche e attacchi all'essenziale?

Plutarco offre una ricetta molto interessante. Leggete di seguito.

Se capita di essere spinti a rinfacciare qualcosa agli altri, dobbiamo essere il più lontano possibile dalle accuse che muoviamo loro.

Dunque esaminiamo a fondo la nostra anima e cerchiamo di scoprire ciò che vi è di marcio, affinché nessun vizio possa farci risuonare nella mente il verso del tragediografo:
«Fai il medico degli altri tu, che sei pieno di piaghe!».

Se accusiamo qualcuno di essere ignorante, dobbiamo amare il sapere e l'impegno.


Se gli diamo del vigliacco, dobbiamo dimostrare di avere coraggio e forza virile.


Se lo definiamo dissoluto e intemperante, deve sparire dalla nostra anima anche il più nascosto segno di inclinazione ai piaceri.


Niente è più imbarazzante e doloroso di un insulto che si ritorce contro chi lo ha pronunciato.


Il brano è liberamente tratto dal libro Per un parlare efficace.

lunedì 7 dicembre 2009

I have a dream

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I have a dream (Ho un sogno) è la frase con cui viene identificato il discorso tenuto da Martin Luther King il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili.

Il discorso rappresenta uno dei momenti più intensi ed emotivamente coinvolgenti nella battaglia per i diritti civili.

L'angolo di visuale dalla quale vi propongo di guardare questo filmato è quello strettamente tecnico del discorso costruito per penetrare nel cuore delle persone e generare lo stato emozionale desiderato.

I leader che hanno fatto la storia hanno sempre studiato accuratamente la comunicazione verso i seguaci, cercando di assicurarsene il sostegno.

La maestria di King nella comunicazione si esplicita in un sapiente alternarsi fra rivendicazione di diritti e unione di tutte le persone verso un futuro fatto di giustizia sociale.

Riporto qui una breve video e il discorso nella sua interezza.


"I have a dream" , di Martin Luther King

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual:

"Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

venerdì 4 dicembre 2009

La voce di Mina non riscalda la pasta.

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Avete visto in TV la nuova serie di spot della pasta Barilla con la voce di Mina?

Ne ho selezionato e pubblicato uno per voi: dateci un’occhiata.

Fatto? Bene, ora il mio commento.

Il messaggio è il solito: richiamo ad affetti che si vestono ora di amici, ora di famiglia e figli.

È comunque una pasta direte voi, difficile contestualizzare il messaggio in modo diverso.

Condivido.

E poi la voce di Mina, che legge il messaggio come se leggesse un elenco telefonico.

Sorprendente? Affatto.

Ho sempre apprezzato la voce di Mina, certo fra le più grandi cantanti di sempre, anche se con un’interpretazione tendente al “freddino”.

Ma negli ultimi 20 anni Mina ha trasformato il “freddino” in gelo: i suoi dischi sono tecnicamente perfetti ma li trovo freddi, impersonali e distanti da chi i dischi li compra.

Ecco, potrei dire che Mina mette, fra sé e i suoi ammiratori, una distanza emotiva paragonabile a quella che ha deciso di imporre fisicamente con il ritiro dalle scene.

Bocciata la voce di Mina per uno spot? Da rivedere direi, magari nella pubblicità di un surgelato.

Al product manager della pasta Barilla suggerirei di lasciar perdere, a meno che non si appresti a lanciare la pasta ... fredda.

mercoledì 2 dicembre 2009

Evasione fiscale e gioco d'azzardo

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Temi senza nessun legame? Neanche per sogno.

Qualche giorno fa ho sentito alla radio la notizia secondo la quale il Governo italiano sarebbe intenzionato ad abbinare il Gratta e Vinci allo scontrino fiscale.

L’idea, mutuata dal Governo cinese, sembra voler stimolare la richiesta di uno scontrino fiscale con l’attesa di una vincita alla lotteria.

L’iniziativa sembra essere destinata al successo: gli italiani che si avvicinano saltuariamente al gioco d’azzardo sono, infatti, 30 milioni e quelli “fedeli” sono 12 milioni: l'1,5-3% dei nostri connazionali può sviluppare una vera e propria patologia, con effetti sociali che hanno poco da invidiare a droga e alcolismo.

L’iniziativa non può, per la sua stessa natura, trovarmi concorde.

Ma voglio rimanere nel campo della proposta.

Suggerisco, prima di procedere alla realizzazione, di stimare i maggiori costi che un deciso incremento del gioco d’azzardo finirà per comportare per la comunità: il gioco d’azzardo è una piaga che miete le sue vittime nel silenzio e i suoi effetti vanno analizzati con cura.

Inoltre mi parrebbe opportuno eliminare negli spot qualunque invito a “giocare con moderazione” (vedi il video per credere), soprattutto se potremmo essere invitati a farlo ogni volta che ci troviamo fra le mani uno scontrino fiscale.

Se non al gioco d'azzardo, facciamo lo sforzo di rinunciare almeno all'ipocrisia.