sabato 26 dicembre 2009

Chi era Pericle?

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Di Pericle abbiamo parlato riportando il suo discorso agli Ateniesi.

Pericle ha legato il suo nome al periodo di massimo splendore di Atene.

Un breve video ci dice, in meno di 2 minuti, qualcosa di più sulla sua personalità e visione dello stato.

mercoledì 23 dicembre 2009

Un 2010 senza ... giudizio


È quello che mi auguro, per tutti noi.

L’accezione dilagante del termine giudizio è legata al concetto di divisione: bianco-nero, buono-cattivo, destra-sinistra, bene-male, bravo-incapace, onesto-delinquente.

Le mezze misure non esistono: o stai con noi o contro di noi, o di qua o di là.

Giudichiamo, emettiamo sentenze sulla base di un codice fondato sui nostri valori e sulle nostre percezioni.

Nostre. E basta.

Ma la realtà è complessa e quasi mai sta comoda dentro un giudizio sommario: il buono potrebbe non essere del tutto buono e l’incapace magari adattissimo a fare altro.

E allora? Allora proviamo a sostituire il giudizio con la valutazione.

La valutazione prevede, per sua natura, l’analisi di vantaggi e svantaggi, di punti di forza e di debolezza in un contesto definito.

Richiede tempo, fatica, allenamento.

Ma, conclusa l’analisi, la consapevolezza della complessità difficilmente ci permetterà un giudizio sommario.

Il bianco e il nero sfumeranno in varie tonalità di grigio.

Certo, valutare costa, ma le cose preziose non sono mai gratuite.

A voi e alle vostre famiglie i migliori auguri.

lunedì 21 dicembre 2009

Rialzarsi? Meglio non cadere!


Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con la quale ti rimetti in piedi.

Queste parole sono di Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, che credo abbia voluto offrire ai suoi concittadini uno stimolo a reagire a una crisi economica che ha ridotto alla povertà decine di milioni di persone.

Con tutto il rispetto per un uomo di tanta esperienza e prestigio, penso che le persone abbiano bisogno, prima di rialzarsi, di imparate a contenere il rischio di cadere.

Perché cadere fa, comunque, male. E, una volta per terra, rimettersi in piedi non è scontato.

La cautela è una virtù che si impara.

venerdì 18 dicembre 2009

Quando trascurare i dettagli sostiene la leadership


Lo scorso 11 dicembre, presentando al Lingotto i buoni risultati del 2009, l’amministratore delegato del gruppo Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato di fronte ai suoi collaboratori che “il Gruppo ha reagito alla crisi senza chiedere aiuto a nessuno”.

Sergio Marchionne è uomo di indubbie qualità che ha saputo condurre la Fiat verso una redditività invidiabile e alleanze internazionali governate da posizioni di forza.

Non credo abbia dimenticato che i risultati ottenuti sono anche frutto degli incentivi pubblici, che la Fiat ha chiesto a gran voce per il 2009, rinnovando medesima richiesta per il 2010 per scongiurare il pericolo della possibile perdita di molte migliaia di posti di lavoro.

Perché Marchionne ha omesso il dettaglio?

Per motivare il management, probabilmente, che di fronte a un risultato d’eccezione volentieri dimentica gli incentivi statali per accreditarsi come l’unico artefice del proprio successo.

E prepararsi emotivamente a nuove sfide, stringendosi intorno al capo.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il venditore quando i soldi in giro sono pochi


La peggiore eredità che una crisi economica possa lasciare nella testa di un venditore sta tutta nell'uscita dalle secche.

In quella fase cioè, in cui non te ne accorgi ma qualcosa lentamente si muove.

Non è ripresa vera, ma qualcuno sta riconsiderando l’ipotesi di investire qualche soldo e lo fa in silenzio, timidamente, senza dare nell’occhio.

E allora trovi il venditore vero, quello che durante il periodo buio ha continuato a fare il suo duro lavoro creando nuovi contatti, esplorando opportunità, rinsaldando le relazioni. Pronto a cogliere le opportunità con lo spirito del falco, senza né freni né alibi nella testa.

E poi ti imbatti nel venditore che “aspetta che torni la domanda”, che ha tirato i remi in barca perché “soldi in giro non ce n’è”, che aspetta tempi migliori per versare sudore. Di quelli, insomma, che rinunciano al corteggiamento per non rischiare la buca.

Molta della competitività di un’impresa sta nel modo in cui affronta una crisi e ne sa cogliere l’evoluzione, coltivando le opportunità con la pazienza del contadino e cogliendole con la rapidità del falco.

lunedì 14 dicembre 2009

Influenza A, una storia da dimenticare


Appare ormai evidente che l’emergenza da influenza A, H1N1 o febbre suina che dir si voglia emergenza non è.

Vediamo i numeri, che prendo dal Corriere della Sera di sabato scorso.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le persone decedute nel mondo a causa del H1N1 sono 9596, di cui 1242 in Europa.

Sempre in Europa, la fase critica è attesa nella sola Francia.

Le vittime in Italia sono lo 0,0039%, mentre per l’influenza stagionale sono lo 0,2%. Come ho detto in un altro post in Italia nella scorsa stagione sono decedute circa 8000 persone da influenza stagionale.

L’influenza stagionale ha un impatto oltre 50 volte superiore a quella della febbre suina.

Le persone che si sono vaccinate in Italia erano al 6 dicembre 689.172, di cui 5730 con la seconda dose (il vaccino è a due fasi).

Un abbaglio tutto italiano? Pare proprio di no.

Anche negli altri paesi la campagna per la vaccinazione non è stata un successo: dalla Germania all’Australia la percentuale dei vaccinati è dell’ordine del 5%.

Ma questo non può consolarci.

Rimane oggi il problema dell’investimento fatto in decine di milioni di dosi di vaccino inutilizzate, anche a causa di problemi organizzativi che ne hanno limitato la disponibilità nel momento di picco.

Il Ministero non ha reso noto le cifre (per quale ragione?) ma il Corriere parla di € 200 milioni che a breve non avranno alcun valore.

Che fare?

Il vice Ministro Fazio sostiene che nel 2010 potrebbe esserci un nuovo picco e che l’offerta di vaccino gratuito è stata estesa ad altre categorie.

Le soluzioni sembrano essere due: aumentare la base di persone potenzialmente vaccinabili e “sperare” in un picco dell’influenza.

Capisco l’imbarazzo di Fazio, persona seria che cerca di dare soluzione a una vicenda che chiede di solo essere dimenticata.

venerdì 11 dicembre 2009

Il pettegolezzo fa bene all'organizzazione




Durante un pranzo un Cliente mi ha detto:

"Sai, in questo periodo sto riflettendo sul fatto che parlar male delle persone è molto più facile che parlarne bene."

Vero. Un errore genera spesso una condanna inappellabile pronunciata alla macchinetta del caffè.

Ma i nostri amici americani, ai quali abbiamo delegato il compito di indicare i nostri comportamenti futuri, hanno deciso che le cose debbono cambiare. Per alcune, buone ragioni.

Prima di tutto le persone vanno tutelate: voci e giudizi sommari non possono pregiudicare la reputazione di chi lavora sodo e danneggiarne la carriera.

In secondo luogo il pettegolezzo costa: in tempo e qualità del lavoro.

Quali le azioni intraprese negli USA?
  • Molte imprese stanno inserendo nei contratti clausole anti-gossip. La persona arruolata si impegna a non spettegolare e a invitare a smettere chiunque cerchi di farlo. Pena il licenziamento.
  • Un controllo dei blog, sia aziendali sia esterni, per individuare informazioni riservate trasmesse all’esterno senza autorizzazione.

Azioni forti? Non direi. Le clausole, prima o poi, si dimenticano e frenare la lingua è impresa complicata...

Il blog? L’anonimato protegge i chiacchieroni e solo poche persone si sono fatte beccare.

In Italia? Che succede da noi?

Alcune aziende si sono date un codice etico, altre tendono a reprimere il pettegolezzo al manifestarsi.

Da un punto di vista strettamente legale il deterrente appare il licenziamento per diffamazione, ma in generale il pettegolezzo è accettato come una nota di costume.

Insomma, a noi, il pettegolezzo, ci piace da morire. E poi, diciamocelo, il pettegolezzo è utile.

Prima di tutto asseconda il fascino del negativo: avete mai visto qualcuno alla macchinetta del caffè parlare con entusiasmo dei successi di un collega?

Poi ha una funzione calmante: se qualcuno ti ha fatto saltare i nervi devi pur sfogarti (naturalmente in via riservata ...) mica puoi tenerti tutto dentro.

Il pettegolezzo è anche insostituibile per dare alle persone una valutazione “di corridoio” che il capo non sarebbe mai in grado di dare. Insomma, una valutazione collettiva che aiuta a correggere il comportamento.

Il gossip, infine, serve a progettare le organizzazioni. Non c'é disciplina giapponese che tenga.

Quando l'impresa deve prendere decisioni che sa essere di difficile digestione, come quando si deve rilasciare un nuovo organigramma, la tattica è la seguente: si lasciano circolare le voci e si sguinzagliano gli ascoltatori di confidenze. Poi si decide.

Insomma, credo proprio che questa volta gli americani non ce la faranno.

Neanche a casa loro.

mercoledì 9 dicembre 2009

Per rinfacciare vizi bisogna esserne immuni


Assistiamo spesso a critiche e attacchi personali, sia nella vita pubblica sia nella vita privata.

Attacchi a volte giustificati, in altri casi strumentali.

Sempre in numero eccessivo e di difficile valutazione, specie quando le critiche sono formulate in assenza della persona interessata e in modo confidenziale.

Esiste la possibilità di ridurre il clamore e limitare critiche e attacchi all'essenziale?

Plutarco offre una ricetta molto interessante. Leggete di seguito.

Se capita di essere spinti a rinfacciare qualcosa agli altri, dobbiamo essere il più lontano possibile dalle accuse che muoviamo loro.

Dunque esaminiamo a fondo la nostra anima e cerchiamo di scoprire ciò che vi è di marcio, affinché nessun vizio possa farci risuonare nella mente il verso del tragediografo:
«Fai il medico degli altri tu, che sei pieno di piaghe!».

Se accusiamo qualcuno di essere ignorante, dobbiamo amare il sapere e l'impegno.


Se gli diamo del vigliacco, dobbiamo dimostrare di avere coraggio e forza virile.


Se lo definiamo dissoluto e intemperante, deve sparire dalla nostra anima anche il più nascosto segno di inclinazione ai piaceri.


Niente è più imbarazzante e doloroso di un insulto che si ritorce contro chi lo ha pronunciato.


Il brano è liberamente tratto dal libro Per un parlare efficace.

lunedì 7 dicembre 2009

I have a dream

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I have a dream (Ho un sogno) è la frase con cui viene identificato il discorso tenuto da Martin Luther King il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili.

Il discorso rappresenta uno dei momenti più intensi ed emotivamente coinvolgenti nella battaglia per i diritti civili.

L'angolo di visuale dalla quale vi propongo di guardare questo filmato è quello strettamente tecnico del discorso costruito per penetrare nel cuore delle persone e generare lo stato emozionale desiderato.

I leader che hanno fatto la storia hanno sempre studiato accuratamente la comunicazione verso i seguaci, cercando di assicurarsene il sostegno.

La maestria di King nella comunicazione si esplicita in un sapiente alternarsi fra rivendicazione di diritti e unione di tutte le persone verso un futuro fatto di giustizia sociale.

Riporto qui una breve video e il discorso nella sua interezza.


"I have a dream" , di Martin Luther King

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual:

"Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

venerdì 4 dicembre 2009

La voce di Mina non riscalda la pasta.

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Avete visto in TV la nuova serie di spot della pasta Barilla con la voce di Mina?

Ne ho selezionato e pubblicato uno per voi: dateci un’occhiata.

Fatto? Bene, ora il mio commento.

Il messaggio è il solito: richiamo ad affetti che si vestono ora di amici, ora di famiglia e figli.

È comunque una pasta direte voi, difficile contestualizzare il messaggio in modo diverso.

Condivido.

E poi la voce di Mina, che legge il messaggio come se leggesse un elenco telefonico.

Sorprendente? Affatto.

Ho sempre apprezzato la voce di Mina, certo fra le più grandi cantanti di sempre, anche se con un’interpretazione tendente al “freddino”.

Ma negli ultimi 20 anni Mina ha trasformato il “freddino” in gelo: i suoi dischi sono tecnicamente perfetti ma li trovo freddi, impersonali e distanti da chi i dischi li compra.

Ecco, potrei dire che Mina mette, fra sé e i suoi ammiratori, una distanza emotiva paragonabile a quella che ha deciso di imporre fisicamente con il ritiro dalle scene.

Bocciata la voce di Mina per uno spot? Da rivedere direi, magari nella pubblicità di un surgelato.

Al product manager della pasta Barilla suggerirei di lasciar perdere, a meno che non si appresti a lanciare la pasta ... fredda.

mercoledì 2 dicembre 2009

Evasione fiscale e gioco d'azzardo

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Temi senza nessun legame? Neanche per sogno.

Qualche giorno fa ho sentito alla radio la notizia secondo la quale il Governo italiano sarebbe intenzionato ad abbinare il Gratta e Vinci allo scontrino fiscale.

L’idea, mutuata dal Governo cinese, sembra voler stimolare la richiesta di uno scontrino fiscale con l’attesa di una vincita alla lotteria.

L’iniziativa sembra essere destinata al successo: gli italiani che si avvicinano saltuariamente al gioco d’azzardo sono, infatti, 30 milioni e quelli “fedeli” sono 12 milioni: l'1,5-3% dei nostri connazionali può sviluppare una vera e propria patologia, con effetti sociali che hanno poco da invidiare a droga e alcolismo.

L’iniziativa non può, per la sua stessa natura, trovarmi concorde.

Ma voglio rimanere nel campo della proposta.

Suggerisco, prima di procedere alla realizzazione, di stimare i maggiori costi che un deciso incremento del gioco d’azzardo finirà per comportare per la comunità: il gioco d’azzardo è una piaga che miete le sue vittime nel silenzio e i suoi effetti vanno analizzati con cura.

Inoltre mi parrebbe opportuno eliminare negli spot qualunque invito a “giocare con moderazione” (vedi il video per credere), soprattutto se potremmo essere invitati a farlo ogni volta che ci troviamo fra le mani uno scontrino fiscale.

Se non al gioco d'azzardo, facciamo lo sforzo di rinunciare almeno all'ipocrisia.

lunedì 30 novembre 2009

Honecker e la visione della storia



Erich Honecker è stato segretario generale del SED, partito costituzionalmente egemone della DDR, dal 1971 al 1989.

Fu lui a dirigere, nel 1961, la costruzione del muro di Berlino.

Nel giugno del 1989, 5 mesi prima della caduta del muro, aveva dichiarato che il muro avrebbe continuato a esistere per altri 50 o 100 anni.

Desiderio di perpetuare se stesso?

Distacco dalla realtà?

Dichiarazione dovuta davanti a un crollo che per lui, che viveva il regime dall'interno, non poteva che essere evidente?

Certo Erich Honecker non sembrava, alla fine della sua carriera, in possesso di quella che a mio avviso costituisce la più preziosa caratteristica per un leader: la consapevolezza, si sé e di ciò che accade.

Nella foto il tratto di muro che ritrae il celebre bacio fra Breznev e Honecker.

venerdì 27 novembre 2009

Sognare Carla per comprare Gino

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È uscito in questi giorni l’ultimo cd di Gino Paoli, un cantautore che ha segnato diverse generazioni.

Lo spot radiofonico ci informa che il cd contiene un duetto con Carla Bruni: la canzone è “Il cielo in una stanza”.

Nel video potete ascoltarne un pezzo da un servizio del TG5, che presenta l’interpretazione come “raffinata”: il duetto rappresenterebbe un evento, perché “Carlà” (così la chiama il giornalista) ha deciso di cantare con Gino Paoli per “rendere omaggio ai suoi 50 anni di carriera”.

L’interpretazione è un sussurro (il rispetto che porto al cantautore m’impedisce di definirlo diversamente) che di raffinato a me pare abbia ben poco: valutate voi.

Del resto Gino Paoli ha 75 anni e la sua voce ha dovuto fare i conti con il tempo. E fra le qualità di Carla Bruni difficilmente ricorderemo quelle canore.

Il messaggio che ci arriva dalla casa discografica è più o meno il seguente.

Lo sappiamo, Gino non ha più voce, ma qualcosa dovevamo pur inventarci per i 50 anni di carriera. Carla Bruni è bella, famosa, ha tutti i media addosso e la questione del duetto stuzzica. Non ha voce neanche lei? Perché tu credi davvero che un disco con Carla qualcuno lo compri per la sua voce?

Insomma, sognate Carla e comprate Gino.

Anche questo è marketing, poco rispettoso per il pubblico forse, ma pur sempre marketing.

Per chiudere, due parole su Gino Paoli.

Mi sarebbe piaciuto assistere al suo ritiro dalle scene canore con un memorabile “the best of”, e vederlo accettare con dignità il chiudersi di una stagione.

Peccato.

mercoledì 25 novembre 2009

L'Irlanda ai Mondiali di calcio invece della Francia


Dopo il gol di mano di Henry che ha immeritatamente qualificato la Francia ai mondiali di calcio 2010 la federazione francese ha rinunciato a favore degli irlandesi.

Questi i fatti.

Henry, durante la conferenza stampa post-partita, ammette in modo sorprendente di essersi aiutato con un braccio nell’azione del gol del pareggio che avrebbe portato la nazionale francese in Sud Africa.

La federazione francese, sorpresa dalla dichiarazione, decide di controllare il filmato e nota che i calciatori irlandesi protestano.

Inoltre, esiste il dubbio che Henry possa aver “aggiustato” la palla con il braccio prima di calciare.

Ciò che sorprende la federazione francese è il silenzio degli altri galletti. Perché tacciono?

Se Henry avesse davvero toccato la palla con la mano loro avrebbero dovuto censurarne il comportamento e segnalare il fatto all’arbitro. Questo prescrive il regolamento interno.

In fondo, la piena e totale lealtà è ciò che è stato loro sempre insegnato.

La successiva inchiesta lampo della federazione francese conduce ai seguenti risultati:
  • Henry ha parlato a fine partita perché si è accorto di aver toccato la palla con il braccio solo guardando ila ripetizione del filmato;
  • alcuni suoi compagni hanno assistito alla scena ma hanno voluto che fosse lui stesso a dichiarare il fatto, per evidenti ragioni di immagine.
Dati gli eccellenti rapporti esistenti fra Irlanda e Francia, tenendo conto del danno che un comportamento poco sportivo potrebbe arrecare all’immagine del paese transalpino, i francesi hanno chiesto ufficialmente alla FIFA di non accogliere la richiesta irlandese di rigiocare la partita, ma di accettare la loro rinuncia a favore dell’Irlanda.

La FIFA, che da sempre conduce una campagna di rigore morale e di educazione alla lealtà sportiva, ha derogato al regolamento e accettato la richiesta francese.

Poi mia moglie mi ha svegliato con il profumo del caffè.

lunedì 23 novembre 2009

Pensiero e azione secondo Abramo Lincoln

Sempre più diffusa la tendenza ad agire senza essersi preparati adeguatamente.

Abramo Lincoln aveva l’abitudine di prepararsi prima di agire.

Le sue parole meglio di qualunque racconto.

Se avessi 8 ore per tagliare un albero, ne spenderei 6 per affilare la mia scure.

venerdì 20 novembre 2009

Quando il consulente attacca l'asino dove dice il padrone



Che idea hanno i Clienti dei cinsulenti che ingaggiano?

Cosa pensano di loro?

Tasto dolente, specie quando parliamo di incarichi di consulenza strategica o organizzativa.

Sentite cosa mi ha detto un Cliente, nei giorni scorsi, davanti alla macchinetta del caffè.

Lo sai come funziona, no?

Il consulente arriva e la sua prima preoccupazione è quella di capire dove vuole andare a parare chi gli ha commissionato l’incarico.


Tutte le piroette che gli vedi fare inizialmente sono finalizzate a chiarire questo punto.


Poi, quando ritiene di aver capito i desiderata di chi paga, il consulente e la sua equipe cominciano sapientemente a orientare l'azione in modo da dimostrare che ciò che il Cliente ha in mente rappresenta la soluzione ottimale.


Come dire che le vecchie e sagge regole di marketing non sbagliano mai: il Cliente ha sempre ragione.

Il mio interlocutore ci ha ha tenuto a rassicurarmi sul fatto che nessun riferimento era indirizzato alla mia persona, che mi distinguo da certi "professionisti".

Spero ...

giovedì 19 novembre 2009

Due caratteristiche irrinunciabili del sales manager


Quali caratteristiche deve possedere un direttore vendite, o comunque una persona che è chiamata a gestire un gruppo di venditori?

La letteratura è piuttosto vasta e trovate di tutto: se siete nella condizione di dover costruire un profilo professionale qualcosa di decente riuscirete a metterlo insieme.

Ma esistono regole non scritte che possono generare problemi, se non osservate puntualmente .

Nella vendita, più che in qualsiasi altra funzione aziendale, è essenziale che il collaboratore riconosca in modo incondizionato la leadership del capo.

E perché questo accada, debbono verificarsi due condizioni, che hanno a che fare con la sfera della competenza individuale prima ancora che con quella della gestione di risorse:
  1. il venditore deve riconoscere al capo una capacità indiscussa nella vendita, non inferiore a quella che egli attribuisce a se stesso;
  2. il venditore deve essere intimamente convinto che il capo è in grado di intervenire con successo su ogni trattativa o situazione che egli sta trattando. Anche la più spinosa.
In mancanza di queste due condizioni, fra loro intimamente legare, avrete una forza vendite senza capo e quindi con scarse probabilità di raggiungere i risultati attesi.

martedì 17 novembre 2009

Cosa pensa l'asino del suo padrone?


A lavà a capa o' ciuccio, sse perde o’ tiempo, l’acqua e o’ssapone…”

Questo vecchio detto partenopeo ci parla degli irrecuperabili.

Di quelli che non imparano mai, che provi in tutti i modi a tirarne fuori qualcosa di utile ma non c'é niente da fare.

Con una differenza sostanziale con gli asini: mentre questi ultimi si estinguono gli irrecuperabili si moltiplicano.

Poi si scopre che anche gli asini servono a qualcosa.

Come riportano gli autori del libro Nostra eccellenza in Sicilia, a Castelbuono, gli asini fanno servizio di nettezza urbana, con un risparmio in bolli, assicurazione, manutenzione e gasolio rispetto ai mezzi a motore.

Altrove, in Veneto, sono utilizzati per ripulire i margini delle strade dalle sterpaglie, evitando i costi e i danni dei diserbanti.

E se, per una volta, chiedessimo all'asino cosa pensa del suo padrone?

sabato 14 novembre 2009

Pericle e il senso dello stato

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Che cos'é il senso dello stato?

Concetto ingombrante, spesso citato dal Presidente della Repubblica (nelle diverse persone che si sono succedute nella carica) per richiamare all'ordine i politici o citandolo all'indirizzo di persone distintesi in atti di pubblico merito o addirittura di eroismo.

O anche solo per aver fatto il proprio dovere.

Ho provato a interrogare Google ma ho trovato solo frasi generiche o accademiche, niente che fosse capace di entrare nella testa e nella pancia delle persone.

E allora ho ripescato un discorso che Pericle, comandante militare e leader politico di Atene antica, pronunciò ai suoi concittadini nel 461 a.C.: utile non solo ai politici o ai leader di organizzazioni di varia natura, ma anche a noi stessi.

Vi presento anche un breve video che ho trovato su YouTube, nel quale un giovane si cimenta con bravura nel discorso di Pericle: non so niente di questo giovane attore (assai poco cliccato il suo video, forse perché rappresenta un Pericle meno aggressivo di quello interpretato da Paolo Rossi).

Se qualcuno volesse aiutarmi a identificarlo gliene sarei grato.


Ora il discorso di Pericle agli Ateniesi, 461 a.C.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.


Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.


Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.


Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

giovedì 12 novembre 2009

Vendita relazionale e gestione dei key account


L'immagine del venditore rimane, nell'immaginario collettivo, quello di chi suona alla tua porta, piazza il piede nello stipite e non molla l'osso fino a quando non ha piazzato la sua merce.

Ma le cose oggi stanno diversamente.

Com'è e cambiato il mestiere del venditore?

Quali nuove conoscenze e competenze sono richieste ai sales manager?

Come si costruisce un rapporto di fiducia fra key account manager e Clienti?

Qual è il contributo che i processi di vendita possono apportare alla creazione e alla continua alimentazione di relazioni durature, stabili e profittevoli con chi acquista?

A queste e altre domande risponde La vendita relazionale, un pregevole libro che non ci fa sentire nostalgia dei guru americani: aiutandoci a comprendere che la competizione si gioca sempre più sulla gestione della relazione con i Clienti chiave.

Leggi contenuti e recensione su tibicon.

martedì 10 novembre 2009

Cazziare? Più facile di lodare


Correggere il comportamento è un’arte.

Il cazziatone, si sa, lo usi per correggere un comportamento indesiderato.

E tu, che segui regolarmente il mio blog, hai imparato sia il cazziatone generativo sia il cazziatone demolitivo.

Ma come fai quando vuoi rinforzare un comportamento che ha la tua totale approvazione?

Lo so, lo so, i tuoi collaboratori sono per lo più degli incapaci e c’è poco da lodare.

Ma a volte, misteriosamente, il miracolo accade e la lode ti sorge spontanea.

E come la gestisci? La tecnica più diffusa è quella del panegirico: vediamola nel dettaglio.


Quando lodare
  • Immediatamente dopo la rilevazione del comportamento che vuoi incoraggiare, seguendo l’emotività del momento.

Dove
  • In pubblico, molto meglio, così tutti potranno rendersi conto di qual campione sei stato capace di arruolare.

La dinamica
  • 15-20 minuti dovrebbero bastare, poiché ormai la tensione che ti attanagliava è sciolta e puoi “sbrodolare” senza freni.
  • Concentrati pure con enfasi sulle sue qualità personali: si crederà presto un genio e perderà più facilmente la dimensione di sé.

Cosa accadrà dopo

  • Preparati (ma questo lo sai già) a una richiesta di aumento o di un qualche privilegio: prima o poi arriverà, puntuale come una cambiale.
  • La prima volta che dovrai cazziarlo, e prima o poi accadrà, farai tanta, troppa fatica in più.
  • Perché, del resto, vuoi cazziare uno bravo come lui?

Insomma, lodare è più difficile di cazziare. E più pericoloso.

Perché se il cazziatone demolitivo si supera con il tempo (e poi, suvvia, essere cazziati non è un dramma, chi di noi non ci ha fatto il callo?), recuperare la consapevolezza di sé può richiedere fatica e un periodo lungo.

E allora, che fare?

Conosci tecniche per lodare senza fare danni?

lunedì 9 novembre 2009

Livio Berruti abile stratega

video

Quando vinse i 200 metri alle Olimpiadi di Roma, Livio Berruti aveva 21 anni.

E a 21 anni sapeva già utilizzare raffinate tecniche di influenzamento.

Trascorse infatti le due ore di intervallo tra le semifinali e la finale sfogliando distrattamente un testo universitario di chimica.

Accovacciato sul prato, rinunciò a qualsiasi forma di riscaldamento, perfino nei momenti antecedenti la partenza.

In seguito Berruti rivelò che lo stratagemma era stato studiato per innervosire gli avversari.

Quanto questo abbia influito sul risultato finale non è dato sapere, ma certo il suo comportamento apparentemente irrazionale sottrasse agli altri atleti preziose energie mentali.

Nel video (poco più di due minuti la durata), una sintesi delle eliminatorie e della finale.

venerdì 6 novembre 2009

Le domande non poste sulla H1N1


Mercoledì sera ho seguito la trasmissione “Porta a porta” per capire lo stato dell’arte circa il virus che genera la H1N1, influenza di massa altrimenti identificata come febbre suina.

Alla trasmissione partecipavano tutte le parti in causa, incluso il Ministero della Salute con il Vice Ministro Fazio e mamme di spettacolo.

Vi spiego quello che ho capito: i dati che riporto di seguito sono quelli resi noti dal Ministero:
  1. La H1N1 non è un’influenza stagionale.
  2. Il Ministero ha previsto la vaccinazione per 8 milioni di persone, categorie a rischio fra le quali sono assenti i bambini.
  3. La H1N1 ha caratteristiche 20 volte più blande della stagionale: finora si è riscontrato un solo caso di morte di persona non affetta da gravi patologie.
  4. Nella scorsa stagione invernale, diciamo da ottobre 2008 a marzo 2009, le persone decedute in Italia per cause riconducibili all’influenza stagionale sono state più di 8000. Facendo due conti, fra le 30 e le 40 persone al giorno. Per dare un'idea del numero, nel 2008 sono decedute 4700 persone a causa di incidenti stradali.
  5. Oltre alla H1N1, dobbiamo attenderci anche la stagionale. I morti, quindi, non saranno solo quelli da H1N1.
Alcune domande sorgono spontanee.
  • Se è vero che la H1N1 va estirpata all’origine, perché vaccinare solo i soggetti a rischio? I soggetti non a rischio potrebbero diventare a loro volta portatori e compromettere la salute delle persone a rischio.
  • Perché gli organi di informazione tacciono le morti da influenza stagionale?
  • Cosa sappiamo degli 8000 morti da influenza della scorsa stagione? Soggetti a rischio? Perché, se soggetti a rischio, non ne è stata predisposta la vaccinazione coatta?
  • Quanti, secondo il Ministero, saranno i morti per influenza stagionale nel 2009?
  • Non credete che esista ogni anno un'emergenza che si chiama influenza stagionale?
Si direbbe che 8000 morti per influenza stagionale abbiano un fascino giornalistico nettamente inferiore a quello di una trentina di morti da H1N1, la quale evoca probabilmente le grandi epidemie di massa del passato.

Quanti morti da influenza ordinaria fanno un morto da H1N1, in termini di comunicazione?

PS: forse non tutti sanno che a Malpensa permangono i manifesti riguardanti l’influenza aviaria. Dimenticanza o nostalgia per lo stato di allerta?

giovedì 5 novembre 2009

Sapere di più sulla proprietà intellettuale



Esiste un mezzo per sapere di più su marchi e brevetti (soprattutto di quanto essi possano influenzare la gestione dell’organizzazione) in breve tempo?

Si può.

Tesori in soffitta è un libro divulgativo alla portata di tutti che, attraverso la presentazione di casi reali, vi aiuterà a meglio comprendere il tema e soprattutto che la proprietà intellettuale va gestita con la stessa attenzione che prestate ai beni fisici.

Leggete la recensione di tibicon.

mercoledì 4 novembre 2009

Sotto l'acqua il cemento. Spero ...


Hai mai incontrato esperti riconosciuti in uno specifico campo?

I più disparati. Il medico o l’avvocato per esempio, due professionisti che siamo soliti associare a situazioni di emergenza.

Ma anche scrittori, scienziati, consulenti possono darci l’impressione di essere in possesso di una conoscenza superiore, tanto da intimidirci e non osare minimamente metterla in discussione.

Ebbene, questo atteggiamento di sudditanza può crearci problemi.

Di apprendimento prima di tutto, perché parlare con qualcuno senza la disponibilità a mettere in discussione le sue parole impedisce di assorbire conoscenza.

Mantenere un atteggiamento critico, chiedendo sempre al nostro interlocutore di aiutarci capire anche le cose più complesse, ci terrà al riparo da brutte avventure.

Vedrete che, se ha davvero padronanza della materia, il guru saprà trasferire il suo sapere: e se invece scoprirete che la conoscenza era fittizia pazienza, avrete un idolo in meno da venerare.

In ogni caso è bene ricordare che quando hai la sensazione che qualcuno cammini sull’acqua, guarda bene: sotto i suoi piedi, appena sotto il pelo dell’acqua, trovi il cemento.

martedì 3 novembre 2009

Sei un esperto di marketing?



Per imparare cosa sia il marketing basta un giorno.
Per padroneggiarne le tecniche non basta una vita


Con queste parole P. Kotler descrive la complessità dell'apprendimento di una disciplina fondamentale.

Che tu sia o non un esperto, può esserti utile tenere sulla scrivania un testo che rappresenta un punto di riferimento certo.

Marketing Management
è un libro del prof. Kotler, uno dei massimi esperti di marketing.

Dentro ci trovi di tutto: dalle ricerche di mercato all'e-commerce, dall'analisi della concorrenza al comportamento d'acquisto, spiegato in modo accessibile e ricco di esempi.

Certo, non è esattamente a buon mercato, ma costa proporzionalmente molto meno di altri testi di livello decisamente inferiore.

Se vuoi leggere la presentazione di tibicon e i contenuti clicca qui.

lunedì 2 novembre 2009

Il fascino, discreto, del dimissionario


Bravi, professionali, preparati. E trasparenti.

Sembra essere questo lo stato di molte persone che lavorano sodo.

Lavorano, si sbattono, portano a casa i risultati e nessuno li guarda.

Carriera? Aumento di stipendio?

Vedremo, non è questo il momento.

E un giorno, quando meno te lo aspetti, la persona che ignoravi, che mai pensavi sarebbe andata via, che consideravi una cosa tua, un soprammobile o poco più, ti si siede davanti con una lettera di dimissioni.

E allora la trasparenza si colora, e scopri che il tuo collaboratore ha una sua consistenza fisica.

Sale l’ansia della sostituzione, del ricominciare da capo con uno che non conosci o che in quel posto non è proprio detto che ce la faccia.

E con il pensiero che qualcuno potrebbe chiedertene conto.

Sì, perché lui è bravo.

Un incubo.

Come metterci una pezza subito?

L’aumento. Sì, con i soldi non si sbaglia.

5? 10? 20%? Meglio stare alti, meglio non rischiare.

Rimarrà? A volte rimangono, a volte vanno via lo stesso.

Perché in alcuni casi i soldi sono tutto (e se le dimissioni erano un bluff per ottenere l’aumento?), in altre contano meno.

Una cosa, certo, non paga mai: considerare le persone come proprietà dell’organizzazione.

giovedì 29 ottobre 2009

La delega funziona sempre. Verso l'alto!


Strana cosa la delega.

I Capi cercano disperatamente di imparare a delegare per liberarsi dalla schiavitù del tempo.

I Collaboratori sono invece dei veri maestri nel delegare ai Capi le loro responsabilità.

Leggete questa breve conversazione.


Egisto sta per entrare in ascensore quando lo ferma Giulio, uno dei suoi Collaboratori.

“Buongiorno Capo. Hai un minuto? Devo parlarti di una cosa urgente!”

“Dimmi, veloce.”

Giulio gli riporta il problema di un’applicazione software per l’evasione degli ordini che non funziona a dovere. Giulio è uno preparato e gli riferisce la situazione nel dettaglio.

Egisto si lascia coinvolgere, perché è uno al quale i problemi piace schiodarli.

Il tempo vola.
Egisto guarda l'orologio: quelli che gli erano sembrati 5 minuti sono in realtà 20 e ha fatto tardi all’appuntamento con un Cliente. Tuttavia ora conosce abbastanza del problema per capire che dovrà occuparsene, ma non è in condizione di prendere una decisione all’istante.

“È una roba seria, questa, e quello dei sistemi informativi è uno rognoso. Ma ora non ho tempo per parlarne. Fammici pensare, ti farò sapere.”

Due giorni dopo.

“Buongiorno Capo, ci sono novità in merito alla storia dell’evasione ordini?”

“No, non ce l’ho fatta. Questo periodo è da delirio, c’è il budget di mezzo. Conto di occuparmene domani”

“Mi raccomando perché non vorrei che la situazione degenerasse. Ti mando un sms per ricordartelo”

“Ok”

Ora i ruoli sono perfettamente invertiti, e tutto è fermo fino a quando il Capo non agisce.

Visto Giulio? Un vero maestro nella delega verso l'alto.

martedì 27 ottobre 2009

La ricchezza misura o no la qualità della vita?

Domanda difficile, che ha impegnato e impegna molti cervelli.

Robert Kennedy tenne un discorso sul tema il 18 marzo 1968 presso l'Università del Kansas, tre mesi prima di essere ucciso.

In questo discorso, della durata di due minuti, RFK affronta il tema del rapporto fra PIL e qualità della vita.

Ascoltate. Davvero illuminante.

Chi non riuscisse a collegarsi può leggere il discorso per esteso di seguito pubblicato.


. video

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.

Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.

Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.

Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.

Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.

lunedì 26 ottobre 2009

Acqua, carbone o nucleare?



La crisi economica ha riacceso il ciclico dibattito sulle fonti energetiche.

Si può produrre in sicurezza a costi competitivi?

Il nucleare è sicuramente il meno costoso dei processi produttivi.

Ma che dire della sicurezza? In Italia esiste è diffusa la convinzione che il nucleare sia di gran lunga il più pericoloso.

Il Paul Scherrer Institute, centro di ricerca svizzero in materia di energia, ha pubblicato in estate una ricerca quantitativa sugli incidenti, dal 1970 al 2005, nelle diverse classi di centrali per la produzione di energia.

Ecco alcuni risultati in sintesi.

Centrali nucleari
  • nessun incidente, né vittime, in centrali nucleari dell’Europa occidentale
  • un incidente a Chernobyl, con 31 vittime (il dato non tiene conto dei morti negli anni successivi)
Centrali a carbone
  • 41 incidenti complessivi, con 942 vittime
Centrali idroelettriche
  • un incidente a Belci in Romania, nel 1991, con 116 vittime
  • un incidente in Italia a Longarone (disastro del Vajont), nel 1963, con oltre 2000 morti
  • 12 incidenti in Cina con 30.007 morti, 26 mila dei quali a Banqiao e Shimantan, dove ci furono i crolli delle dighe.

Le centrali nucleari sono quindi meno pericolose?

Ciò che rende meno pericolose le centrali nucleari sono gli standard di sicurezza, nettamente più severi, ai quali i governi sottopongono tecnologie intrinsecamente più pericolose.

Carbone e acqua non fanno paura quanto l’atomo e la sottovalutazione dei rischi porta inequivocabolmente a un numero elevatissimo di vittime.

Minori controlli per le tecnologie potenzialmente meno pericolose, questa sembra essere la strategia di chi gestisce la produzione di energia.

A capofitto sul nucleare allora?

Le recenti polemiche aperte in Francia dai quotidiani Libération e Le Monde circa le pratiche seguite in Francia nello smaltimento delle scorie nucleari inducono a qualche riflessione.

Un documentario girato dalla tv Arté insieme a un giornalista di Libération mette in luce la Francia avrebbe stoccato il 13 per cento dei rifiuti radioattivi che provengono dalla sua filiera nucleare in un remoto villaggio della Siberia, chiuso alla stampa.

Secondo questa inchiesta, dal 1990 sarebbero stati trasportati in un parcheggio nucleare a cielo aperto 108 tonnellate di uranio provenienti dalle centrali francesi.

I container imbarcati a Le Havre fino a San Pietroburgo, caricati a bordo di un treno per arrivare fino al complesso atomico di Tomsk-7, in Siberia.

In questo impianto l’uranio è sottoposto ad arricchimento, in parte rispedito in Francia e reintrodotto nel processo di produzione di energia.

Il resto, il 90 per cento del materiale che arriva in Siberia, non è riutilizzabile: diventa di proprietà della russa Tenex e rimane stoccato a cielo aperto.

Mentre acqua e carbone sono gestiti con leggerezza, il nucleare sembra essere gestito come una bomba a tempo.

Non c'è molto da stare tranquilli, sembra, in nessun caso.

Almeno fino a quando i governi non avranno deciso che la vita umana rappresenta la priorità.